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#95   http://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.main.index&oid=251439Homepage01.07.2005 - 14:40
25 ANNI DI PASTORE

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UNA VITA PER LA PAROLA

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#94   zzzzzzzzz15.06.2005 - 17:55
You are Psalms.
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You are Revelation.
Which book of the Bible are you? brought to you by Quizilla

#93   gggggggggggg12.06.2005 - 13:49
Il ricordo di mons. Agnesi, stretto collaboratore del card. Martini

«È PIÙ FACILE FARE LE COSE DIFFICILI»
Il cardinal Martini in Duomo
Monsignor Franco Agnesi ricorda il cardinale Carlo Maria Martini, di cui è stato stretto collaboratore per sette.


monsignor Franco Agnesi

«E’ più facile fare le cose difficili». Ripensando agli anni trascorsi con l’Arcivescovo Martini, sia i primi quindici da prete con incarichi “diocesani”, sia nella quotidianità della vita comune degli ultimi sette, dal cuore mi è tornata alla mente questa sua parola, rivolta ai giovani durante una meditazione. Il tono di questa parola risuonava nello stesso tempo entusiasmante e pacificante: è più facile fare le cose difficili perché il nostro cuore è fatto per le cose grandi, la mediocrità non è per noi!

Ricordo ancora la prima impressione che ebbi quando venne nel Seminario di Saronno nel febbraio del 1980, per il primo incontro con i seminaristi e gli educatori: ci coinvolgerà e ci farà lavorare tanto. La pacatezza e la serenità con cui affrontava i problemi e l’intelligenza con cui sapeva cogliere i nodi da scogliere, facevano venire il desiderio di mettersi con fiducia e coraggio nel lavoro apostolico, senza ansie, senza risentimenti, con la certezza – dirà più tardi con una delle “professioni di fede” più famose – che lo Spirito c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi.

«E’ più facile fare le cose difficili». Forse è una traduzione spirituale del suo motto episcopale “pro veritate adversa diligere”. Di fatto, mi hanno sempre colpito la sua curiosità e il suo desiderio di entrare nelle situazioni più intricate e complesse, a volte con un coraggio che solo un gesuita abituato a camminare a piedi da solo in mezzo ai disagi può trovare.

Quella volta che in Duomo, nella prima sciagurata guerra del Golfo, gridò la preghiera di “intercessione” e ci spiegò che intercedere significava mettersi in mezzo con le mani sulle spalle dei due contendenti, l’Arcivescovo svelò un tratto del suo stile, che avevamo visto tante volte incompreso, ma che avremmo visto tante altre volte in seguito realizzato nei rapporti interpersonali, nei conflitti ecclesiali, nei momenti dello smarrimento civile, fino alla scelta annunciata e realizzata di andare a Gerusalemme.

«E’ più facile fare le cose difficili». Questa parola, per me, è risuonata tante volte come consolazione. Lavorare con lui significava sentirsi protetti nelle paure e incoraggiati nelle difficoltà. Sempre, però, con realismo e humor. Quando mi capitò di confidargli che avevo paura ad iniziare il compito di provicario e temevo di sbagliare, mi rispose, sorridendo, più o meno così: di solito noi sbagliamo nel 40% dei casi…, ma per il 60% dobbiamo avere fiducia. E poi aggiunse: prima di iniziare una cosa nuova abbiamo paura perché ci sentiamo come un pugile che deve affrontare un combattimento e pensa ai colpi che riceverà! Ma quando comincia il combattimento i colpi si scambiano e quelli che si ricevono fanno meno male… Mi ha detto anche tante altre cose intelligenti, ovviamente. Ma queste mi sono rimaste impresse… Spero che il cardinale Martini mi perdoni ancora una volta!

«E’ più facile fare le cose difficili». Mi sono domandato dove stava il segreto di questa serenità fiduciosa e coraggiosa. Ricordo quante volte, uscendo dal suo studio, comunicava a monsignor Giudici e a me che aveva trovato “una icona evangelica” per interpretare quel fatto o per suggerire una strada da percorrere o per sentirsi interpretati e consolati dal Signore. Ecco: la Lectio divina è il segreto. Abbiamo tante volte parlato della Scuola della Parola come proposta innovativa del cardinale Martini, si è scritto molto sulla sua teologia e sulla sua pastorale, ma poco si è scritto della “sua Lectio divina ” e della sua preghiera quotidiana.

Nel grande corridoio dell’arcivescovado, opposto alla Cappella, c’è il busto di bronzo del cardinale Schuster che prega con le mani giunte, e al povero passante ricorda l’ascesi e la fedeltà agli impegni sacerdotali. Quando ricordo quel luogo, vedo anche l’Arcivescovo Martini che cammina in preghiera, in compagnia di un personaggio della Bibbia con cui discorre e che lo conduce attraverso la lectio, la meditatio, l’oratio e la contemplatio... a sentire il Signore che gli dice: «E’ più facile fare le cose difficili!». Grazie Eminenza.


#92   uuuuuu12.06.2005 - 12:46



Pope Is Ill: But Not Even Vatican in Much Better Condition

Fighting and confusion under St. Peter´s Dome. A strange list of new cardinals. Tettamanzi´s frantic campaign for the papacy

by Sandro Magister

[From "L´espresso," no. 42, of October 10-16, 2003]


ROMA - Lately, Karol Wojtyla seems not willing to slow down at all, but rather accelerate his pace of life. To an already tightly packed October schedule, the pope added the eleventh-hour appointment of a new batch cardinals. The number of nominees are thirty-one in all (one "in pectore", i.e. in secret), thus anticipating a consistory by four months (an event foreseen by all to have taken place in February 2004). In attendance will be all cardinals under the age of 80 - today 135 - who will elect his successor. And yet a caveat to all: those who believe in a plan of John Paul II aimed at favoring an heir apparent are in for real disappointment. Great disorder abounds not only among the papal nominees to cardinal, but also as witnessed in the behavior of certain senior level Church officials - typical during an empire´s waning final stages.

Wojtyla´s health is the foremost reason for uncertainty. His poor physical state, under the world´s close vigilance, is the center-piece of his very preaching. However, for those close to him both within and outside the Vatican, the tension is clearly felt. Cardinal Joseph Ratzinger´s remarks to Bavarian brew-meisters on September 22 ("The pope is ill. Pray for him" appeared again ten days later in the weekly magazine "Bünte". His comments angered the pope´s closest aide, personal secretary Stanislaw Dziwisz, who sought and obtained redress from the highly influential cardinal. "I can tell you that Ratzinger wept, explaining that he had been misunderstood", Dziwisz said to a group of journalists, having calmed the storm.

The powers of his personal secretary have increased excessively, since the pope has grown weaker with illness. Yet, so too has hostility grown, in the Roman curia and beyond, toward Dziwisz and Wojtyla´s intimate inner-circle of friends and colleagues. In an act to protect his most faithful aides from the sweeping away of administration that inevitably occurs upon appointment of a new pope, John Paul II elevated both Dziwisz and his master ceremonies, Piero Marini, to the status of archbishop.

Yet, behind the see-saw of alarms and denials concerning the pope´s precarious health there is one matter still be confronted - which is even more frightening. The Church has tried and tested rules regarding the pope´s death and succession. Canon law is even well prepared to deal with resignation of the papacy. Notwithstanding, there is a black area: No law states what to do should the pope lose his mental lucidity and capacity to express himself or fall into a prolonged period of unconsciousness. Today, this is a much more probable hypothesis than in the century´s past, thanks to modern medicine´s ability to delay life´s end. Hence, there is no Church authority foreseen as an eventual substitute. Even less so is anyone assigned power to depose the pontiff and summon a conclave. The only historical precedent is Urban VI who, in 1378, was replaced upon losing his powers of reasoning. This decision, however, was not a unanimously agreed upon and effectively caused the Western Schism, a forty-year period of conflict and rigid division between two or three popes intensely vying against one another. In the end, it was as necessary a Council to restore order, deposing the various popes in power and appointing a new one recognized by all.

But signs of confusion are multiplied even in view of regular succession. The thirty new cardinals whom John Paul II will cloak in red on October 21 are a motley crue of intellectual bents. One of them is Scotsman Keith O´Brien, current archbishop of Edinburgh. The day after his nomination, he wasted no time in refuting two of Wojtyla´s cornerstone beliefs: his disapproval of the contraceptive pill and advocation of priestly celibacy. And if this were not enough, O´Brien further stated it was allright that a large number of priests were homosexuals. The rebellious archbishop´s promotion to cardinal (instead of fellow Scotsman, Mario Conti, of Glasgow, nearer to the positions of the pope) was not the only surprise on the list of candidates. In Australia, the opposite occurred: promoted was ultraconservative archbishop of Sydney, George Pell. Upon nominated, he was immediately greeted by fellow bishop of Canberra, Pat Power, with words of warning to the pope himself, as he accused such nominations as "doing no good for the Church".

Another disturbing appointment is that of the new American cardinal. The long-considered candidate was the Franciscan archbishop of Boston, Sean O´Malley. O´Malley´s predecessor, cardinal Bernard Law, was forced to resign due to his poor handling of sexual misconduct cases of various priests within his dioceses - a subject of serious scandal in America and throughout the world. As his successor, the Vatican chose a virtuous and upright man with proven capacity to enforce discipline in other dioceses. After only a few months in Boston, O´Malley was able to return respectability to the dioceses. The red cloak would have given invaluable credit to his work.

And yet, nothing of the sort. In lieu of O´Malley, the pope appointed to cardinal archbishop Justin F. Rigali of Philadelphia, whose credentials are minimal when compared to those of his Boston colleague. To real what real advantage served such a trump card: for many years Rigali was one of the pope´s wealthiest benefactors and extremely close associate of the Vatican Congregation of Bishops´ powerful prefect, cardinal Giovanni Battista Re. Such friendship between Re and Rigali dates back to the beginning of their careers when, during the reign of pope Paul VI, they were tête-a-tête with the most powerful man in the Roman curia at the time, Giovanni Benelli.

What´s more, Re could become secretary of state in the not so distant future, replacing cardinal Angelo Sodano (who has passed the age limit). Should this happen, cardinal Camillo Ruini´s bid for the papacy would also rise in value, as he has excellent relations with Re. Among the Italians most likely to become pope is archbishop of Milan, Dionigi Tettamanzi, an ever-ambitious aspirer; while not yet ripe for the papacy are neo-cardinal Angelo Scola, of Venice, and Ennio Antonelli, of Florence (the former a member of the Communion and Liberation and the latter of the Focolare movement). Among the viable Latin Americans candidates are Claudio Hummes of Sao Paulo, Brazil, and even more so the Jesuit archbishop of Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio.

John Paul II, twenty-five years since his coronation, has almost completely refashioned the very electoral college that appointed him. Of the 111 cardinals who elected him in 1978, only 19 are still living. If occurring by the end of this year, only 4 of them (the most noteworthy being Ratzinger) could take part in a conclave: the others will have all passed 80 years of age, thereby relinquishing the their right to vote.

Still, there remains the mystery of the cardinal whose name the pope has wished to keep a secret. It is neither Dziwisz nor Joseph Zen Ze-kiun (Chinese bishop of Hong Kong who would have nothing to fear from public nomination). Most certainly it is another bishop from mainland China pertaining to the Patriotic Church (set up by the Peking government with schismatic intentions) who is in simultaneous underground alliance with Rome. If so, with the addition of China, the nations represented in Wojtyla´s current college of cardinals would be the most in history at 70.




Proofs of a Conclave. Cardinal Tettamanzi´s Frantic Campaign

by Marco Damilano


On Saturday October 4 he lectured to seventeen thousand Communion and Liberation militants at Assago´s Sports Palace. One week ago he was at Milan´s synagogue to meet head rabbi, Giuseppe Laras. On the eve of the Formula One Grand Prix, he turned toward Monza´s racetrack and hopped aboard a Mercedes (driven by race-driver Ivan Capelli) for spin around the racing circuit. "Tettamanzi on the Track," read Ansa news-services´ headline. Nasty summary: Dionigi Tettamanzi, a sixty-nine year old from Renate in the northern Lombardy and archbishop of Milan of one year, is warming up his engines in view of a papal conclave. He is Italy´s favorite to succeed Karol Wojtyla and is supported by the uproar of the media like no one before him.

Tettamanzi is ever-present on television and in newspapers with messages, articles, interviews and pastoral letters, where he founds space to quote the technocrat Bill Gates and Italian pop star Max Pezzali of 883. He is been seen at the helm of a ship, with the archbishop´s cote of arms on his sailor´s hat, and at the stadium with confirmation candidates. He has been beatified on line by his diocesan website where we find dozens of the cardinal´s publications on premarital sex, abortion, work, globalization, spirituality for the elderly, sterility cures, and even on advice for Christian widows. Practically everything.

His schedule is testimony to non-stop activism - with three to four appointments a week. Mass at Guanzate, benediction at Inverigo, issuing mandates to catechists in Brugherio. His public speech is classically Catholic and pleading in tone: with the strength of faith all obstacles can be overcome. But at a ceremony´s conclusion, "operation nice-guy" begins, as the archbishop descends from the pulpit to meet the faithful below and shakes hand after hand. His predecessor, Carlo Maria Martini, was tall and serious - transmitting a cold air of distance. Yet Fr. Dionigi loves presenting himself a real person, someone who is close to his people. Just like pope John XXIII´s stile. At least, this is the approach he would like to have.

He has a mere skeleton crew to support his adept communications campaign, composed of his young secretary, Fr. Umberto, and his right-hand man, Msgr. Mario Spezzibottiani, who was Tettamanzi´s student at the Venegono seminary and is considered the archbishop´s field manager. He has a mind for organization and quick reaction. It is said that, once in Milan´s Palazzo Marino, he did not hesitate to slap the hand of the Roberto Formigoni, Lombardy´s regional president, while waiting to greet the cardinal outside of protocol.

Tettamanzi reveals the same pragmatism when dealing with Church lobbying bodies. In addition to an encounter with Communion and Liberation, he also took part in a meeting with the Focolare movement at Milan´s Palavobis complex. A year ago he invited laymen of Azione Cattolica in the cathedral. When he was in Genoa he hosted St. Egidio\s annual interreligious assembly. He has even allied himself with Opus Dei, as his articles pro-St. Escrivà demonstrate. And neither does progressive Catholicism escape his attention: on the night before Genoa´s G8 Summit, he sympathized with no-global activists. This year, while at full war with Iraq, he took part in a prayer vigil at Milan´s cathedral. And, for now, he has managed to get on with Martini´s nostalgic followers: the only change he has made in the Milanese curia has been transferring Fr. Franco Agnesi to a suburban parish to make room for Spezzibottiani.

Pertaining neither of right nor left political tendencies, he is a perfect centrist in terms of politics and Church geography. This what successful aspirer to the papacy is made of.

#91   http://www.abtei-kornelimuenster.de/Spirituelles/Hochzeitsanzeige.htmHomepage11.06.2005 - 18:06

???Das Heilige den Heiligen!“
Von der Kostbarkeit der Eucharistie

Natürlich kenne ich das Wort der alten Kirche vor der Austeilung der Kommunion: ???Das Heilige den Heiligen.“ Ich weiß auch, dass dieses Wort bis heute zur Eucharistiefeier der ostkirchlichen Riten gehört. Aber mein Wissen um dieses Wort ist eigentlich nicht so tief in mein Bewusstsein, - geschweige denn in mein Herz – gedrungen, dass es mich geprägt hat oder heute prägt. Als ich es vor kurzem in der Deutsch gefeierten Liturgie des Patriachen Gregorios III. von Antiochien in unserer Abteikirche vernahm[1], weckte der Ruf eingeschlafenes Wissen auf und ließ es – im guten Sinn – beunruhigend wach werden.

Mir wurde neu bewusst, für wie entscheidend und auch unterscheidend das frühe Christentum das Bekenntnis zu Christus und das rechte Verständnis dieses Bekenntnisses nahm. Die frühen Christen betrachteten sich nicht als Allerweltsmenschen, sondern als Heilige aus dem Geschenk der Teilhabe an dem Alleinheiligen. Die Eucharistie und ihr Empfang war kostbarstes Zeichen des Teilnehmen-Dürfens an seiner Alleinheiligkeit.

Beim Suchen zu Aussagen zum ganzen Themenbereich stieß ich u.a. auf den Hinweis, dass unser westliches Denken den ???Communio Sanctorum“-Begriff sehr stark soziologisch akzentuiert hat. ???Communio Sanctorum“ übersetzen wir mit ???Gemeinschaft der Heiligen“. In ???Communio / Kommunion“ schwingt unbewusst sehr schnell das soziologische Gemeinschaftsmodell einer Gruppe – das Kommunikative und miteinander Kommunizierende - mit. Der entsprechende griechische Begriff ???koinonia toon agioon“ besage dagegen zuerst und vor allem ???(geschenkte) Teilhabe an den heiligen Gaben“. Während unser westliches Denken schnell die horizontale Verbundenheit in den Blick gewinnt, betont das ostkirchliche Denken die vertikale Linie. So wenig wir die beiden Denkmodelle gegeneinander ausspielen sollten, so sehr sollten wir sie in ihrer Unterschiedlichkeit wahrnehmen und uns von dem uns persönlich vielleicht fremderen Modell anfragen und bereichern lassen.

Als ich in der Göttlichen Liturgie des hl. Johannes Chrysostomus in unserer Abteikirche den Ruf des Diakons ???Das Heilige den Heiligen“ vernahm, war das in meiner Wahrnehmung wie ein ???schneidender Trennspruch“ der Vertikalität. Im Ritus der Liturgie der Ostkirchen ist es tatsächlich ein Trenn-Wort: Es will die Taufbewerber von den Getauften trennen. Nicht der ???Jedermann“ soll zum Kommunionempfang vortreten, sondern die Getauften, - die, die Taufe leben. Und dann in der sich selbst ernst nehmenden Orthodoxie auch nur die, die zuvor zur Beichte gegangen sind. Ich erinnere mich an den Besuch einer Eucharistiefeier im ostkirchlichen Ritus, den ich vor Jahren mit einer Gruppe im Benediktinerkloster Chevetogne machte. Da wurden wir vor der Feier dezent auf die Notwendigkeit der Beichte aufmerksam gemacht, wenn wir denn kommunizieren wollten.

Aus dem hohen Bewusstsein für das außerordentliche göttliche Geschenk, das letztlich Gott selber ist, pflegte die alte Kirche eine gestufte Hineinnahme in die liturgischen Vollzüge des Glaubens. Nur nach und nach, schrittweise wurden die Taufbewerber in die Feier der Eucharistie zugelassen. Es war die Überzeugung, dass das Wertvolle, das der Glaube bedeutet, auch Grenzziehungen nach draußen verlangt. In besonderen Riten wurden Neubekehrten das Glaubensbekenntnis und das Vaterunser übergeben. Die Hochachtung vor dem Alleinheiligen und die realistische Selbsteinschätzung, dass ein überzeugter Glaube nicht in ständiger Hochform gelebt werden kann, führte streckenweise dahin, die Taufe erst auf dem Sterbebett zu empfangen.

Sehr anregend finde ich die Deutung, dass die Betonung des ???Geheimnis-Schutzes“ – und seine auch rituelle Konkretisierung etwa in Grenzziehungen für die Teilnahme an der Kommunion – gar nicht als Ziel hatte; irgendwen auszugrenzen, - oder sagen wir es noch ein wenig ???unangenehmer“: auszuschließen. Ganz im Gegenteil suchten solche Grenzziehungen zu ermuntern, sich wirklich anzustrengen und dem hohen Wert des Geheimnisses – also z.B. der Kommunion – die ganze Sehnsucht und einen dem Wert der Gabe würdigen Lebenswandel zu schenken[2].

???Das Heilige den Heiligen!“ Der Ruf in der ostkirchlichen Liturgie in unserer Kirche erinnerte mich daran, dass die Kommunion keine ???Discount-Ware“ ist, - auch kein Sache, auf die ich mit der Taufe ein ???Recht“ habe. Sie ist ???teure Gnade“ (Bonhoeffer), - ein kostbares Geschenk (!), das ich mir wirklich etwas kosten lassen muss.

Das Wort erschreckte mich und erschreckt mich immer noch; denn kann ich ihm wirklich gerecht werden? Ich kann es nicht, wenn ich anstrebe, ein mit Urkunde und Siegel ausgewiesener ???Schein-Heiliger“ zu werden. Ich hoffe ihm gerecht zu werden, indem ich Taufe und Profess als einen bleibenden Katechumenat auf Gott hin verstehe und lebe. Ein geistlicher Meister kann nur werden, wer Lehrling bleibt. Das ist kein fromm und leicht dahin gesagtes Wort, sondern harte Schule der Demut.

Abt Albert Altenähr OSB
030920
[1] Am Fest Kreuzerhöhung, 14. September 2003.
[2] Vgl. Aritkel: D. Poweill, Arkandisziplin, in: TRE, Bd. 4, S. 1-8, hier: S. 7. Vgl. auch: Chr. Jacob, Arkandisziplin, in: LThK³, Bd. 1, 900f.

#90   http://www.etika.com/deutsch5/5st0.htmHomepage11.06.2005 - 00:09
http://www.etika.com/deutsch5/5st0.htm




#89   zzzzz10.06.2005 - 17:45
http://www.sfb.at/meta/mostwrd.php?wrdid=6839

#88   http://www.novaetvetera.de/index.htmlHomepage10.06.2005 - 16:55
http://www.novaetvetera.de/index.html

#87   iiiiiiiii08.06.2005 - 20:10
Lettera scritta dal Gruppo Giovani al Card. Martini

(vai alla risposta del Cardinal Martini)



Milano, 30 agosto 2002



Caro Arcivescovo,

come gruppo giovani di S. Maria del Suffragio siamo felicissimi di questa occasione che – inaspettata – ci si è presentata per poterLe scrivere e consegnare personalmente questa lettera di augurio e di ringraziamento.

Già la semplice intestazione dice tutto: “Caro Arcivescovo”… è così che ci era stato suggerito di iniziare la regola di vita da consegnare alla Redditio Symboli. È così che qualcuno ha intestato la lettera di fruttificazione al termine del Gruppo Samuele. E ancora, è con questa espressione che probabilmente tante Sentinelle del Mattino hanno iniziato le loro e-mail durante il cammino dello scorso anno. E tutto questo, sempre con la certezza di essere ascoltati, e spesso con la gioia di vedersi rispondere.

In altre parole, con la consapevolezza che il nostro Arcivescovo ci è sempre stato vicino con affetto e attenzione. E anche con la fantasia di trovare modi sempre nuovi per alimentare il dialogo. Per questo vorremmo ancora una volta esprimere il nostro grazie.

Detto questo, ci rendiamo conto che ogni parola di elogio e di gratitudine in questo momento può suonare scontata o – peggio – retorica. Dai giornali al mondo della politica, è un continuo risuonare di parole di lode e di commiato… tutte ben motivate, ma così tante e amplificate che ci viene da chiederci: e la nostra “letterina”, a tutto questo, cosa può aggiungere?

Siamo però perfettamente consapevoli che Lei, da buon ascoltatore della Parola con la P maiuscola, saprà leggere e discernere anche nelle nostre parole con la p minuscola il sentimento vero che ci sta dietro. Sentimento di stima e di affetto filiale, che sconfineranno forse in qualche ombra di nostalgia, al vederLa partire dopo tanti anni (per molti di noi, nati alla fine degli anni ’70, l’Arcivescovo di Milano è sempre stato Carlo Maria Martini e nessun altro).

In questi anni con Lei abbiamo camminato insieme anche noi: certe occasioni sono diventate fondamento di esperienze che stanno costruendo qualcosa di grande in ognuno di noi. Ricordiamo le sue semplici parole durante la Visita Pastorale nel mese di gennaio del 1999, eravamo appena tornati dall’Incontro Europeo di Taizé svoltosi a Varsavia: “tenete sempre viva la preghiera semplice di Taizé”. E così è stato, ora questa preghiera addirittura cittadina si svolge qua al Suffragio ogni terzo sabato del mese e raccoglie centinaia di giovani di tutta Milano. Ecco, proprio nel giorno del sabato – magari il terzo di ogni mese – mentre a Gerusalemme si vive la Festa, pensi un poco anche a noi con le nostre grandi speranze, sogni e attese.

Sappiamo bene che ricorderà ciascuno di noi nella preghiera, così come noi ci ricorderemo di Lei. Anche con un po’ di orgoglio, sapendo che il nostro Arcivescovo sarà là, in “prima linea”, in quella città “centro di tutto il mondo” – come disse Gad Lerner ai ragazzi del nostro Oratorio Estivo incontrandoli nell’estate di Shalom Jerusalem – a intercedere per la pace a Gerusalemme, e a studiare ancora, anche per noi, la Parola che in tanti anni ci ha trasmesso.

La salutiamo con un abbraccio, sussurrando nel cuore “l’anno prossimo a Gerusalemme”


#86   gggggg07.06.2005 - 19:24
Keine klaren Definitionen

In dem Titel: Was sagt die Bibel zum Thema Sex vor der Ehe sind mir eigentlich nur zwei Begriffe richtig klar: das Wort Bibel und das Wörtchen ???vor". Was mit Sex gemeint ist, vor allen Dingen, wann man nun ???eigentlich" von Sex sprechen kann, ist ja nicht erst seit Bill Clinton und seiner ???Oral Office" Affäre mit Monica Lewinsky umstritten. Ich hatte wirklich ein Mädchen in meiner Jugendgruppe, die fest davon überzeugt war, dass ein Zigarrenjob kein Sex sei.

Auch der Begriff Ehe scheint zwar sehr klar, aber auch nur daher, weil wir seit Bismarck die sogenannte bürgerliche Ehe (mit Standesamt und Schein) haben. In der Bibel gab es das alles noch nicht und so wird ja im Zusammenhang mit dem heißen Eisen "eheähnliche Lebensgemeinschaften" daran gezweifelt, dass das bürgerliche Modell sich mit dem deckt, was die Bibel meint (bzw. was zu Zeiten der Bibel praktiziert wurde).

Allein durch diese zwei Definitionsprobleme wird deutlich, dass wir beim Thema Sex vor der Ehe nicht darauf hoffen können, eine eindeutige Antwort im Sinne einer Bibelstelle zu finden. Zumal es – wir werden es gleich deutlicher ins Auge fassen – so eine Stelle wirklich nicht gibt. In der Theologie nennt man den Bereich, in dem es um die Frage, ob etwas richtig oder falsch sei Ethik.

Ethisch denken lernen

Ethisch denken und handeln heißt etwas anderes, als nur die Frage zu stellen: nenne mir einen Bibeltext, der es verbietet oder erlaubt. Wir halten es für gute Ethik, keine Sklaverei zu betreiben, obwohl sie in der Bibel nicht verpönt wird und wir halten es als Adventisten für eine sinnvolle Regel, nicht zu rauchen, weil wir uns einfach nicht vorstellen können, dass ein derartiger Umgang mit unserem Körper im Sinne Gottes sei. Es ist unsere Überzeugung, dass beides nicht in Übereinstimmung mit der Botschaft Jesu zu bringen ist.

Wer den Schluss zieht, nur weil die Bibel nichts zum Thema Sex vor der Ehe sage, habe man nun gewissermassen eine rosige sexuelle Zukunft der ausschweifenden geschlechtlichen Betätigung vor sich, der fragt eben nur nach der Bibel ( nach dem Buchstaben), aber nicht nach dem Gott der Bibel (dem Geist), der sich in Jesus offenbart hat.

Die Welt der Bibel kennen lernen

In vielen ethischen Fragen, zu denen es keine eindeutigen Bibelstellen gibt (beispielhaft sei hier der ganze Bereich der Bioethik erwähnt: Abtreibung, Sterbehilfe, Gentechnik und -manipulation etc.) hilft es, nicht nur nach Bibelstellen zu fahnden, sondern die Welt der zu begreifen, um in dem Text und im Handeln Gottes mit den Menschen übertragbare Prinzipien zu finden.

Beim Thema Sex vor der Ehe gibt es Interessantes zu entdecken: obschon die Mischna (Bibelauslegung der Rabbiner) empfiehlt, nicht vor dem Alter von 18 Jahren zu heiraten, war doch die gängige Praxis, mit Eintreten der Geschlechtsreife zumindest die Mädchen mit einem guten Brautpreis als Jungfrau unter die Haube zu bringen (da – auch im AT – ein Junge "wertvoller" war als ein Mädchen, versuchte man das, bei der Heirat dadurch zu kompensieren, dass dem Vater eines Mädchens Geld als Ausgleich gezahlt wurde). Weil zwischen Pubertät und Heirat nur wenig Zeit lag, die noch dazu bestimmt war durch die Konventionen einer vom Patriarchen streng dirigierten Stammesgemeinschaft, wird klar, warum die Texte der Bibel für unsere Zeit so schweigsam scheinen. Das erklärt auch, warum umso mehr vom Ehebruch die Rede ist.

Im Alten Testament war die Ehe keine romantische Beziehung zwischen zwei Liebenden, die sich aus freien Stücken für ein Zusammenleben entschieden hatten. Die meisten Ehen waren arrangiert und Frauen zählten zum Besitz des Stammesoberhaupts. Daher sind die (oft in diesem Zusammenhang zitierten) Regelungen aus den Gesetzestexten von 2. und 5. Mose wirklich nicht als Aussagen im Bezug auf den vorehelichen Geschlechtsverkehr tauglich, denn sie regeln Eigentumsverhältnisse. Schon in den zehn Geboten findet sich die Frau in der Aufzählung der Besitztümer (Frau, Sklaven, Tiere). War ein Mädchen unverheiratet, so zählte sie zum Besitz des Vaters, des Patriarchen. Wer ihr die Jungfräulichkeit nahm, der beging ein Eigentumsdelikt an dem Vater, denn der Brautpreis, den er für das Mädchen bekommen hätte, war z.B. durch eine Vergewaltigung (5. Mose 22,13-29) stark gemindert und die Familienehre beschädigt worden. In dem Fall mussten Ersatzleistungen gezahlt werden. Das für uns unbegreifliche an den Texten (neben 5. Mose 22,13-29 noch 2. Mose 22, 15-16) ist ja, dass die Handlung an keiner Stelle einer moralischen Bewertung oder Verurteilung unterzogen wird. Für ihre Zeit jedenfalls waren diese Regelungen sinnvoll und im Vergleich zu anderen Völkern auch immer wieder fortschrittlich.

Eines kommt uns dabei aus heutiger Sicht ungerecht vor: dass man als Mann immer besser dran war. Jungfräulichkeit galt nämlich nur für die Mädchen. Das ist ja heute noch in vielen Kulturen so. Männer durften – jedenfalls was die Gesetzgebung anbetraf – im Alten Testament, ob verheiratet oder nicht, so viele weibliche Geschlechtspartnerinnen haben wie sie wollten (auch nebeneinander), Hauptsache, es wurde keine andere Ehe (das Eigentum eines anderen Mannes) verletzt.

Dazu kommt noch die theologische Schwierigkeit, dass wir bei Verwendung von Gesetzestexten aus den fünf Büchern Mose immer erst legitimieren müssen, mit welchem Recht wir sie auf unsere Zeit beziehen, denn im selben Kapitel 5. Mose 22, 11 steht zum Beispiel, dass man keine Kleidung mit Mischgewebe tragen darf. Aber danach fragt ja heute keiner (nicht mal der Youngsta).

Lust und Leidenschaft im Alten Testament: das Buch der Bücher (Hohelied)

Weil so unverblümt in diesem schön(st)en Buch (dem Buch der Bücher, wie es eigentlich heißt) der Bibel von Lust und Leidenschaft die Rede ist, ist es nur dem Durchsetzungsvermögen des Heiligen Geistes zu verdanken, der gegen viele Widerstände dafür gesorgt hat, dass es in die Bibel gelangte. Über Jahrhunderte hat die Kirche (und auch die Synagoge) den Text dadurch enterotisiert, dass sie behauptete, hier läge eine reine Allegorie vor, nämlich die Beschreibung der Beziehung zwischen Gemeinde (Braut) und Jesus (Geliebter). Ehrlich gesagt ist das zwar sehr fromm, aber meiner Ansicht nach Quatsch. Wer beim Lesen des Hoheliedes nicht wirklich an zwei junge Menschen bei der Liebe denkt, der sollte einen Psychiater konsultieren. Deutlicher (und gleichzeitig ästhetischer) kann man gar nicht werden.

Streiten tun sich die Gelehrten natürlich – und das ist für uns interessant – darum, ob diese beiden liebestrunken taumelnden Turteltauben die verheiratet sind oder nicht. Meistens wird einfach behauptet, dass sie es waren (z.B. Handbook auf SDA Theology, S. 697). Zwei Anfragen müssen aber biblisch erlaubt sein. 1. Warum ist diese Frage dem Hohelied so egal? Hätte es nicht den Rahmen, in dem hier der Geschlechtsakt vollzogen wird, besser aufzeigen müssen, damit die Jugend Israels nicht auf die Idee kommt, biblische Bücher nachzuspielen? 2. Warum treffen die beiden sich dann immer wieder in aller Heimlichkeit (1,4.16.17; 2,9.10; 3,1; 5,2-8; 7,12.13; 8,1.2)? Das Hohelied kann nicht als normativer Text herangezogen werden (also mit einer festen Regel, einem Gesetz), weil es eine Beschreibung der körperlichen Liebe, Schönheit und Leidenschaft ist, die eben nur das beschreiben will, was Menschen fühlen und praktizieren. Hier wird die Liebe um der Liebe willen gefeiert, nicht deren Rahmenbedingungen erörtert. Wir werden weitgehend im Dunkeln darüber gelassen, was für Menschen die beiden Liebenden genau waren und in welchem Lebensabschnitt sie sich gerade befanden.



Das Neue Testament ist uns näher

Schon im Neuen Testament ändert sich der Ton. Durch die Botschaft von Jesus Christus, die ja in den restlichen Schriften des Neuen Testaments reflektiert wird, deutet sich ein neuer Umgang zwischenmenschlicher Beziehungen an. Zwar schweigt das Neue Testament auch zum Thema Sex vor der Ehe, wenn es darum geht, einen eindeutigen Bibeltext zu benennen, aber im Lichte der Botschaft Jesu (z.B. Bergpredigt), lernen wir, was es heißt, im Geiste Gottes zu handeln, Gerechtigkeit auszuüben, den Nächsten als ganzen Menschen (und nicht als Eigentum) zu sehen.

Vielfach wird der im Neuen Testament häufig benutzte Begriff Unzucht (griechisch porneia) so ausgelegt, dass damit vorehelicher Geschlechtsverkehr gemeint sei. Wer den Begriff in einem Lexikon studiert, muss aber feststellen, dass damit Prostitution, Ehebruch und ein paar andere Dinge gemeint waren.

Stichwort Jungfräulichkeit und Reinheit

Jungfräulichkeit war eine Tugend, wenn auch nur für die Frauen, was sich schon daran zeigt, dass der Begriff sowohl im hebräischen wie im griechischen – und auch im deutschen – weiblich ist. Sie war ein Ausdruck von Reinheit (vgl. Off 14,4). Vielfach wird von diesem Gedanken aus auf die Wichtigkeit geschlossen, unbefleckt, also jungfräulich, in die Ehe zu gehen. Nun stellt sich wie bei vielen anderen Dingen die Frage, was zuerst war? Die kulturelle Vorstellung der Jungfräulichkeit als Reinheitssymbol, die die Bibel zur Illustration aufgreift? Oder ist es umgekehrt: Jungfräulichkeit ist deshalb wichtig, weil es die Bibel so will, und daher wird sie in der Kultur (besser: den Kulturen) der Bibel so betont? Ich plädiere für Ersteres und zwar in diesem Fall auf Grund der einfachen Beobachtung, dass Jungfräulichkeit nur für Mädchen wichtig war. Ich halte das für einen sicheren Indikator dafür, dass wir es hier mit einem kulturellen Phänomen zu tun haben, dass sich sowohl unserem heutigen Empfinden und unseren Werten entzieht wie auch der Botschaft Jesu von der Gleichheit aller Menschen vor Gott entzieht, ja ihr sogar entgegensteht. Unser Kulturempfinden legt keinen Wert mehr auf Jungfräulichkeit, ja sieht den Anspruch eines Mannes auf eine Jungfrau (ohne ihn auf sich selbst zu beziehen) eher als Symptom eines abzulehnenden Machotums. Auch setzen wir fehlende Jungfräulichkeit nicht mehr mit Unreinheit gleich.

Damals im Paradies

Nochmal zurück ins Alte Testament. Nach jüdischer Auffassung schließt sich in 1. Mose 2,24 der Kreis zu dem, was vorausgeht, nämlich die Erschaffung der Frau. Entgegen unserer Sichtweise, die rein chronologisch denkt, dass Adam erst allein war und Gott dann die Eva erschuf, sieht das Judentum es eher so, dass das Wort Adam in den ersten zwei Kapiteln der Bibel nur ???Mensch" bedeutet, also kein Eigenname für einen Mann ist. Dieser Mensch ist von Gott sehr gut erschaffen und in sich androgyn (männlich und weiblich). Als er aber entdeckt, dass er kein leibliches Gegenüber hat, teilt Gott ihn quasi in der Hälfte durch (das Wort Rippe wird an anderer Stelle im Sinne von Hälfte gebraucht). Vers 24 will nun sagen, dass durch die Ehe der Mensch wieder ein Ganzer wird. Damit ist natürlich auch Sex gemeint (wie der nächste Vers deutlich macht). Dieser Text ist deshalb wichtig, weil er den zwei einzigen Kapiteln in der Bibel entstammt, die den Zustand vor dem Sündenfall beschreiben. Es geht hier um den Ideal- oder Urtyp der Beziehung zwischen Mann und Frau: dass sie eigenständig (Vater und Mutter verlassen) und dauerhaft (seiner Frau) als sexuell Aktive in einer monogamen Lebensgemeinschaft stehen. Der Text ist elementar im doppelten Sinne von grundlegend aber auch in dem Sinne, dass hier nur ganz wenige Bausteine – Elemente – dargestellt werden. Uns muss heute zumindest befremden, dass hier die Liebe zwar impliziert erscheint, aber nicht einmal erwähnt wird. Streng genommen spricht dieser Vers von dem, was eine Ehe ausmacht. Über Sex vor der Ehe wird auch hier nicht gesprochen. So wird ja wegen dieses Textes manchmal behauptet, dass eben durch den Geschlechtsakt die Ehe vollzogen werde. Natürlich stimmt das auch. Aber im Rückschluss zu sagen, dass man durch Geschlechtsverkehr vor den Augen Gottes verheiratet sei ist unsinnig und auch unbiblisch, denn sonst hätte Jesus der Frau am Jakobsbrunnen in Joh 4,17.18 bestimmt nicht gesagt: Du hast richtig gesagt: Ich habe keinen Mann. Denn fünf Männer hast du gehabt, und der, den du jetzt hast, ist nicht dein Mann. Damit hast du die Wahrheit gesagt. Er hätte dann eher sagen müssen: du bist mit allen verheiratet oder zumindest mit dem Ersten.

Sex (6) Prinzipien

Wir hatten es am Anfang von der Ethik. Dann habe ich mit euch einen kleinen Streifzug durch die Bibel gemacht (der keinen Anspruch auf Vollständigkeit erhob), um meine Behauptung zu untermauern, dass das Thema Sex vor der Ehe in der Bibel nicht ausdrücklich thematisiert wird und woran das liegt. Nun müssen wir wieder den ethischen Faden aufgreifen.

Immer wenn es keine klaren Bibeltexte zu einem ethischen Thema gibt, tun wir gut daran, biblische Prinzipien zu beachten und sie auf unser Verhalten zu übertragen. Ich habe hier ein paar Prinzipien zusammen getragen, die ich für unser Thema wichtig finde. Anhand dieser Prinzipien kannst du – wie ich meine – eine für dich angemessene Entscheidung treffen, ob du mit deiner Freundin oder deinem Freund Sex hast oder nicht.

1. Prinzip Vorbild: Immer wieder betont das Neue Testament, dass wir uns als Christen positiv von unserer Umgebung abheben sollen (Röm 12,2; 1. Joh 2,15). So mahnt Paulus in 1. Kor 5,1 eine sexuelle Sünde an mit dem Vermerk, dass nicht einmal die Heiden so etwas gut finden würden. Paulus sagt: sei dir immer klar, dass du als Christ beobachtet wirst und nicht die guten Sitten deiner Gesellschaft verletzen sollst. Deswegen ist er zum Beispiel auch gegen lange Haare bei Männern ... . Man könnte das im 200. Todesjahr des Philosophen Immanuel Kant auch kantisch formulieren: handle so, dass dein Handeln zu einem allgemeinen Gesetz werden könnte.

2. Prinzip Gemeinschaft: Unsere Gesellschaft hat eine starke Tendenz zum Individualismus. Bei Jugendlichen ist das besonders ausgeprägt. Sie sagen: mein Privatleben geht die Gemeinde nichts an, oder: ob ich mal ein Bierchen trinke oder nicht, hat nur was mit mir und Gott zu tun. Falsch, jedenfalls nach der Bibel! Du bist immer Teil eines Stammes! Dieser Stamm heißt seit Jesus Gemeinde. Und ob es dir passt oder nicht (meistens nicht): dein Privatleben geht die Gemeinde auch etwas an. Du bist ihr verantwortlich, genauso wie sie dir gegenüber verantwortlich bist. Du kannst beim Thema Sex auch nicht sagen, dass es nur um dich und deinen Freund oder deine Freundin geht. Im Partner bist du auch immer seiner Familie gegenüber Rechenschaft schuldig. Ihr beide mit eurer Lust und Leidenschaft lebt also nicht unter einer Käseglocke.

3. Prinzip Verantwortung: Verantwortung zu übernehmen heißt, ein wirklich mündiger Christ zu sein. Wer nur seine Prediger oder seine Predigerin fragt, was er darf und was nicht, der geht zwar erste Schritte des Glaubens, aber er oder sie ist weit entfernt von einem mündigen Christsein. Im Anschluss an das Prinzip Gemeinschaft heißt das, dass du bereit sein musst, die Folgen, die dein Handeln für die Gemeinschaft hat (z.B. Schwangerschaft für die Familie; AIDS für den Partner; Streitereien in der Gemeinde) abzuwägen und zu verantworten. So halte ich es zum Beispiel nach wie vor beim Thema Sex vor der Ehe für sehr wichtig, dass man sich klar macht, dass durch Sex Kinder gemacht werden können (es gibt ja keinen 100%igen Schutz). Verantwortliches Handeln heißt dann: ich bin mir darüber im Klaren und sollte eine Schwangerschaft sich ergeben, dann wäre das keine Katastrophe. Du bist dafür mitverantwortlich, dass das Recht des potentiellen (auch ungeplanten) Kindes auf eine Familie gewahrt wird.

4. Prinzip Treue: Gottes Treue ist das beste, was dir in deinem Leben passiert. Deswegen sollst du als Nachfolgerin und Nachfolger diese Treue in allen deinen zwischenmenschlichen Beziehungen nachahmen. Natürlich gilt das auch für die Sexualität, die nach der Bibel (diese Texte hatten wir nicht angeschaut) ein Erkennen, eine tiefe Beziehung zwischen Mann und Frau ist. Dieses Prinzip schließt für mich Promiskuität (häufig wechselnde Geschlechtspartner) oder One-Night-Stands aus.

5. Prinzip Glauben: In einem anderen Zusammenhang (dem Essen von Opferfleisch) sagt Paulus (Röm 14,23): Was nicht aus dem Glauben kommt, das ist Sünde. Ein starker Satz. Paulus hatte hier in Römer 14 auch ein Thema am Wickel, bei dem es keinen klaren Bibeltext gab, ähnlich wie beim Thema Sex vor der Ehe. Das Interessante ist, dass Paulus sagt: ob du den Götzen geweihtes Opferfleisch isst oder nicht, musst du selber entscheiden. Aber lass es eine Entscheidung sein, die deinen Glauben ausdrückt. Das gilt meiner Ansicht nach auch für den Sex vor der Ehe.

6. Prinzip Nachfolge: Die Radikalität des Prinzips, das Paulus in Römer 14 aufstellt, ist ja nur darauf zurück zu führen, dass er begriffen hat, wie radikal Jesus das einfordert, was wir heute Nachfolge nennen. Du bist vielleicht als Adventistenkind groß geworden, mit einem bestimmten Regelkatalog. Irgendwann hast du begonnen, die Grenzen auszuloten und zu fragen: Was darf ich denn? Oder: was die Bibel nicht ausdrücklich verbietet, das ist erlaubt. Das sind unreife Fragen, die zeigen, dass du noch nicht in die Nachfolge getreten bist. Wieder ist es Paulus der begriffen hat: Nachfolge ist so radikal, dass selbst dein Körper Gott gehört (1. Kor 6,19). Wir sagen oft: ich übergebe mein Leben an Gott. Dann lebe auch wie einer, der das meint.

Schlussstrich

Ich hoffe, du siehst nun ein wenig deutlicher, auch wenn du enttäuscht sein magst, dass du wirklich selber nachdenken musst, was du tust und was du lässt. Du bist nicht der einzige, der das lernen muss. Die Gemeinde muss das auch. Sie muss lernen zu akzeptieren, dass Jugendliche beim Thema Sex vor der Ehe und bei Beachtung der dargelegten Prinzipien heute zu einem anderen Schluss kommen können als früher und dies als Nachfolger Christi in voller Verantwortung tun. Eigentlich akzeptiert sie das schon längst, sie hat nur noch nicht den Mut gefunden, sich das einzugestehen (siehe Artikel von Andreas).

Was mich am Ende dieser Erörterungen viel mehr interessiert ist die Frage danach, mit wem ich eigentlich zusammen bin (Sex oder nicht). Zu der Frage nämlich, ob ich als NachfolgerIn Jesu mit einem Nichtchristen eine Partnerschaft eingehen sollte, ist die Bibel im Gegensatz zum Thema Sex vor der Ehe alles andere als schweigsam. Das ist das eigentliche Tabuthema, über das der Youngsta eine Ausgabe machen sollte.



#85   iiiiiiii07.06.2005 - 17:43
Io mi rifarei alla prima Enciclica "Redemptor hominis", cioè la dignità dell\uomo redento da Cristo. In tale principio, collocato nell\orizzonte del Vangelo, sta il punto più alto del pontificato di Papa Wojtyla.

E le difficoltà che invece sono emerse?

Non riguardano tanto la persona del Pontefice, riguardano il cammino della Chiesa nella storia. La Chiesa deve sempre affrontare nuove situazioni. E oggi si tratta di rispondere alla domanda: come convivere fra diversi senza farsi del male, senza confondersi e magari quando si condivide lo stesso territorio. Già S. Paolo ammoniva: "Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi gli uni con gli altri". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che ha seminato".

Collegialità. Sinodi. Centralismo e partecipazione. Un bilancio in chiaro e scuro.

Il bilancio è complesso. Certamente il Vaticano II e poi papa Paolo VI istituendo nel 1965 il Sinodo avevano in mente uno strumento significativo, una specie di "Consiglio permanente di reggenza" della Chiesa insieme al Papa. Questa intuizione si è sviluppata solo in parte. I Sinodi hanno avuto il grande merito di mettere insieme i vescovi, di farli conoscere, di permettere loro di scambiarsi pareri. Ma non sono diventati quel Consiglio permanente della Chiesa che si era proposto il Concilio, quindi c\è ancora della strada da fare.

Per mesi i principali giornali hanno parlato di lei. Hanno scritto che il cardinale Martini voleva o proponeva un Concilio Vaticano III! E\ stato un abbaglio giornalistico o questa esigenza è e rimane un\esigenza dell\intero episcopato mondiale?

Io non ho mai parlato di Vaticano III perche\ l\espressione può essere fraintesa e può confondere. Vaticano III significa rimettere in questione tutti i problemi così come ha fatto il Vaticano II. La mia proposta andava in una direzione diversa. Convocare, di tanto in tanto, delle assemblee sinodiali veramente rappresentative di tutto l\episcopato e - perchè no - universali (Sinodi e Concilio sono la stessa parola) per affrontare questioni in agenda nella vita della Chiesa. Un\esperienza che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino della Chiesa.

Se ho ben capito, i Sinodi degli ultimi anni sono serviti a poco. Lei, il 7 ottobre 1999, raccontava nell\Aula Paolo VI davanti al Papa il suo "sogno", quello di affrontare temi come la carenza di ministri ordinati, la posizione della donna nella Chiesa, la sessualità, la disciplina del matrimonio, l\ecumenismo. Orbene, i Sinodi non sono certo nella linea da lei indicata?

Sì, i Sinodi, sin dall\inizio hanno mostrato difficoltà a fondere il rispetto delle opinioni di tutti i vescovi con una capacità decisionale reale. La dimensione decisionale, teorizzata, non è stata esercitata. Non vedo perché tale capacità decisionale non possa comprendere l\intero episcopato...

Lei si riferisce a più di 4500 vescovi. Sono un numero imponente.

Io credo che oggi, con i mezzi di comunicazione e di trasmissione del pensiero, è facilissimo mettere insieme le persone. Ciò sarebbe utile ed eviterebbe che le culture diverse in cui è immersa la Chiesa vadano un po’ per conto loro. Dal confronto dei diversi linguaggi e dalla condivisione degli stessi problemi possono venire decisioni che aiutano la Chiesa ad affrontare con più forza il futuro.

La grandezza di un pontificato si giudica anche dal meccanismo di reclutamento dei vescovi. E\ un meccanismo che soddisfa o c\è qualcosa da rivedere? E poi non c\è solo collegialità, partecipazione dall\alto, c\è partecipazione dal basso.

I sistemi possono essere perfezionati così da tenere sempre più in considerazione anche i pareri della gente. Importante è acquisire un ventaglio il più ampio possibile di pareri sui candidati. Partecipazione dal basso? Io ho sperimentato nella mia Chiesa locale una forte presenza del popolo di Dio. Anche a riguardo della successione episcopale questo popolo si è espresso, ha fatto conoscere i suoi desideri. La categoria di "popolo di Dio" va approfondita, coltivata ma essa è ormai acquisita nella storia della teologia e nella storia della dottrina cristiana.

Lei vede solo cardinali in Conclave o il Conclave potrebbe essere arricchito da altre presenze?

Le proposte sono state tante. Potrebbe essere ragionevole rappresentare meglio le Conferenze Episcopali con la presenza, in Conclave, dei Presidenti delle stesse Conferenze. Non nego che il Collegio dei Cardinali abbia già una sua rappresentatività, però un Conclave allargato terrebbe maggiormente conto della articolazione della Chiesa che guarda al Papa come momento fondante della propria unità.

"Ingravescentem aetatem". Un cardinale compie 80 anni ed è "out", fuori dal Conclave. E\ d\accordo?

E\ bene mettere dei limiti di età anche nella Chiesa. Ci possono essere casi di persone estremamente vitali, ma è meglio seguire le prudenze umane biologiche e dare spazio ai giovani. Compiuto il proprio dovere ci si fa da parte. Nella Chiesa ci sono persone sagge che possono far sentire la loro opinione anche al di là di un semplice ballottaggio.

Diaconato femminile. Rimane sempre un terreno minato. Lei e\ un biblista. I teologi, o la maggior parte di essi, lo ritengono un tema improponibile.

Non saprei dare una soluzione teorica. Sicuramente assistiamo al fiorire di nuovi ministeri. E per quanto riguarda la loro efficacia i ministeri femminili nella Chiesa sono di primaria importanza. Penso al tema della carità, assistenza ai disabili, pace, ambiente, vita, ecologia, famiglia. Tutto ciò va riconosciuto e promosso.

Siamo di fronte ad una vera e propria "diaconia femminile"?

E\ così. Una diaconia che merita un riconoscimento maggiore di quello che viene attualmente reso possibile dalla legislazione canonica.

Nel conflittuale rapporto fra cristiani, mi riferisco in specie a quello fra cattolici e ortodossi, chi deve fare un passo indietro?

Ognuno deve fare un passo verso il Vangelo, non so dire se avanti o indietro. Il Vangelo è libertà, purezza di cuore, assenza di pretese, desiderio di valorizzare l\altro, rinuncia ai privilegi. Nessuno è esente dal fare passi decisi verso un Vangelo più vissuto.

La ripetuta richiesta di perdono di Papa Wojtyla ha provocato più di un malumore. Alcuni suoi colleghi vescovi hanno trovato imbarazzo nel tradurla in linea pastorale. E lei?

Io ho accolto con gioia questa richiesta di perdono. Il Papa ha fatto una scelta "conciliare" e ha interpretato bene il momento ecclesiale di grande sincerità, fiducia, onestà. Chi riconosce i propri errori si sente forte della forza dello Spirito. Se lette nel contesto del Vangelo le richieste di perdono non presentano difficoltà. Anzi. Sono un atto di coraggio e di onestà.

A proposito delle radici cristiane d\Europa e della Costituzione europea, che ne pensa?

C\è un problema di etichetta e un problema di sostanza. La sostanza è che la nuova Costituzione europea riporti nella pratica delle sue leggi quei valori del primato della persona e della sua relazionalità che sono lo specifico cristiano dato al continente. Se poi c\è un accenno esplicito alle radici cristiane con una formulazione condivisa da tutti, bene. L\essenziale però è che i valori cristiani siano nei fatti, non semplicemente una etichetta.

Non ha l\impressione che il "sale della Chiesa" sia diventato insipido?

La Chiesa passa continuamente da periodi di progresso a periodi di crisi e declino. Ciò non è un fenomeno generalizzato. Il pericolo che lei denuncia però esiste. Ogni qualvolta la Chiesa vuole conformarsi o piacere al mondo e non segue più il Vangelo rischia di diventare sale scipito. La Chiesa ha il dovere di rifarsi continuamente alla parola di Dio e al Vangelo. Questo è ciò che io ho sempre sostenuto come principio di fondo della vita ecclesiale.

Riesce a individuare nella Bibbia, nel "Primo o Secondo Testamento" come li definisce lei, una frase che sostenga la Chiesa nel suo cammino, che la renda piu\ fiduciosa e credibile?

La parola che ripete Gesù tre volte nel capitolo VI del Vangelo di Matteo: "Il Padre che vede nel segreto ti ricompenserà". Il che vuol dire non tanto esteriorità, apparenze, vita mediatica, bensì la realtà nascosta della vita quotidiana vissuta con fedeltà al Vangelo. E\ qui l\essenziale per ogni esistenza cristiana.


#84   iiiiiiiiiiii31.05.2005 - 17:32
Begegnungen mit Papst Johannes Paul II.

35 Autoren hat der Historiker, Publizist und ehemalige polnische Außenminister Bartoszewski in einem Band versammelt, prominente Deutsche, Italiener, Fran-zosen, Polen, Ägypter, Amerika-ner, Mexikaner, Russen, Österrei-cher, Tschechen, Litauer, Israeli, Peruaner, Weißrussen. Politiker von Gorbatschow bis Bush sen., von Weizsäcker bis Peres; Kardi-näle von Lustiger bis König, Dip-lomaten von Boutros Boutros-Ghali bis Genscher, ehemalige Kanzler von Schmidt bis Kohl, Minister von Vogel (Hans Jochen) bis Blüm. Alle berichten von Jo-hannes Paul II. und wie sie ihm begegnet sind. Wahrscheinlich ergibt das ein buntes Bild. Ist es authentisch?

Norbert Blüm ist sprachlos: „Johannes Paul nähert sich immer mehr dem Bild dessen an, den er auf Erden vertritt: Jesus von Nazareth, der ans Kreuz geschlagen worden war“ (15), beeindruckt von Begegnungen in Rom, bei der Seligsprechung von Adolf Kolping. Czeslaw Milosz sieht Johannes Paul II. in der geistigen Nachfolge des polnischen Romantikers Nor-wid (+ 1883) und in der Tradition der „alten Rzeczpospolita, (dem) einträchtigen Zusammenleben von Konfessionen und ethnischen Gruppen (21): für den slawischen Papst dürfte kein Zweifel darüber bestanden haben, dass es ein Irrtum war, das Europäische allein auf den Westen zu beziehen“ – Europa atmet mit zwei Lungen (22), damit meinte er auch die beiden Konfessionen, Katholizis-mus und Orthodoxie. – Der deut-sche Leser fragt hier natürlich, wo denn da der Protestantismus geblieben ist. – Marek Skwarni-cki hat ein Buch über den Papst geschrieben; Johannes Paul II. hat es gelesen und sich brieflich bedankt. Karel Woityla und Marek Skwarnicki sind seit vielen Jahren literarisch einander verbunden, sie sprechen über die Poesie. Zuletzt lud ihn der Papst im Herbst 2002 nach Rom ein: Wer ist Gott ? ist die Frage, der die beiden („nach Auschwitz, Mauthausen und Da-chau, aber auch nach Hiroshima und den mörderischen Hekatom-ben des Genozids in Kambod-scha“) nachgehen. – Marek Skwarnicki ediert Woitylas frühe und späte Gedichte; und obwohl er mehrfach mit dem Papst isst und trinkt, bei ihm wohnt und aus- und eingeht – ständig nennt er ihn in nerviger Ergebenheit nur seinen Heiligen Vater. – Der Kar-dinal Poupard erinnert sich leb-haft an ein römisches Abendessen vor vierzig Jahren, mit dem jun-gen Bischof Woityla von Krakau, dann an ein Essen mit Kardinal Garrone, Kardinal Woityla (u.a); an eine Diskussion in der Universität Lublin - und begeistert sich über Bildung, Glauben, hei-ligmäßiges Leben, klares Denken, Dichtkunst, auch: Güte, Zärtlich-keit, Langmut, Beharrlichkeit und wer weiß was sonst noch - dieses „geistlichen Gipfelstürmers“ (41) und nennt schließlich Johannes Paul II. den Großen. Muss man das gelesen haben?

Viel mehr Seiten als alle anderen schreibt Kardinal Ratzinger; immerhin hatte Woityla schon ein Ratzinger-Opus gelesen, als die beiden sich zum ersten Mal (im Konklave!) trafen. Ratzinger: „Ich habe ein wenig darauf geachtet, wie dieser Mann betete… ich dachte an unsere Kirchenkritiker in Deutschland, die sprungbereit darauf warteten, alles Negative an einem neuen Papst zu entdecken und … freute mich im Stillen dar-auf, wie es ihnen bei dieser Wahl die Sprache verschlagen würde… (46) Ratzinger bewundert seine Enzykliken, macht weite theolo-giegeschichtliche Ausflüge zu Bernhard von Clairvaux und Franz von Assisi; erinnert sich daran, „dass der Heilige Vater mich zu einem Gespräch nach Rom rief“ (Ratzinger sollte Präfekt der Kongregation für das katholi-sche Erziehungswesen werden, aber er hatte doch gerade erst „einige heiße Eisen angefasst“, zum Beispiel verfügt, dass „die Erstbeichte der Erstkommunion vorangehen müsse“ (Ratzinger: „Wachwerden für die Gnade der Vergebung“); und Sorge bereitete ihm schon 1979, dass das Ver-hältnis zwischen Priestertum und Laientheologen „unklar geworden war, die beiden Wege vermischten sich und das Eigentliche der pries-terlichen Berufung… konnte kaum noch erscheinen“): Ratzinger setz-te dem Papst also auseinander, „warum er in diesem Augenblick (sein) Bistum nicht verlassen kön-ne“. (53f). Noch einmal gab der Papst nach, aber 1981 nicht mehr. Ratzinger wurde Präfekt der Glaubenskongregation. Er preist den Papst so wie der Römerbrief die heiligste Dreifaltigkeit: „Durch seine Tiefe, den Reichtum seiner Einsichten… hat er mir geholfen“. Bedenkt man, wie JP2 die deutschen Bischöfe in Konfliktfällen antanzen ließ, dann wirken Rat-zingers Sätze umso falscher: Der Papst „lebt in einer Vielfalt von Begegnungen … mit den Bischö-fen des Erdenrunds … mit Men-schen in verschiedenen Verant-wortungen in dieser Welt. Ich wundere mich immer neu, wie er die Namen der Bischöfe aus der ganzen Welt kennt, weiß, wo sie sind und was sie bewegt … wie er aufmerksam auf die Reden der einzelnen Väter hört … sich ein Bild der Hoffnungen und Leiden der Kirche im ganzen zusammen-fügt“ (57).


#83   ßßßßßßßßßßß31.05.2005 - 15:33
Habemus Beelzebub
Von Karin Eckert

Eigentlich könnte es mir als Atheistin völlig egal sein, dass dieser verbohrte alte Mann gestorben ist, wären nicht sämtliche Zeitungen zugepflastert mit seinem Konterfei: Karol Wojtyla. Sein Leben in Bildern, sein Sterben in detailreichen Worten. Fotos weinender Schäfchen. Kein Entkommen dieser letzten Show des Patriarchen. Salbungsvoll formulierte (aber recht simpel gestrickte) Nachrufe à la "der gute Mensch vom Vatikan" diverser Staatsoberhäupter (war eigentlich eine Frau darunter?) lassen in mir die Frage wachsen: Warum in Teufels Namen soll frau über Verstorbene eigentlich nichts schlechtes sagen? Dabei gäbe es jede Menge über Wojtyla zu berichten. Gefeiert wurde Karol Wojtyla unter anderem für seinen Beitrag am Fall des bösen, bösen Kommunismus. Der allerdings ließ Schwangerschaftsabbrüche zu, während im postkommunistischen, erzkatholischen Polen Abtreibungen mittlerweile verboten sind. Wojtylas Aversion gegen alles, was nach Kommunismus riecht, hatte auch weitreichende Folgen für die Menschen in Lateinamerika.
Der in den 1980er-Jahren erstarkten Theologie der Befreiung, die sich nicht nur für ein seliges Leben im Jenseits einsetzte, sondern einen engagierten Kampf gegen Armut im Diesseits führte, schaufelte er ein Grab: Unliebsame Priester sollten dem Irrglauben Befreiungstheologie abschwören. Er versetzte sie und bedrohte sie mit Ausschluss. An ihre Stelle setzte er erzkonservative Hüter des Glaubens, die Waffen segneten und mit dem CIA gemeinsame Sache gegen revolutionäre Befreiungsbewegungen machten. 1988 besuchte er Diktator Pinochet und spendete ihm höchstpersönlich die Kommunion. Der Marienanbeter erhob den umstrittenen Opus-Dei-Begründer Josémaria Escriva de Balaguer in den Rang eines Heiligen, während er dem wegen seines Einsatzes gegen Ausbeutung und Armut ermordeten Oscar Romero diese Ehre nicht erwiesen. Die Doppelbödigkeit des Wojtylas war unerträglich: nach außen trat er eisig lächelnd für Menschlichkeit und Demokratie ein. Hinter den Kulissen und innerkirchlich hingegen agierte er völlig konträr. Insofern wäre ich auch der Wahl eines außereuropäischen Kardinals zum neuen Papst skeptisch gegenüber gestanden: Der Kolumbianer Dario Castrillon Hoyos, der Inder Ivan Dias oder der Peruaner Juan Luis Cipriano sind Kinder der Politik Karol Wojtylas und konservativ bis in die Knochen. Und auch die Wahl eines liberaleren Kandidaten wie Francis Arinze aus Nigeria hätte nur verschleiert, was die katholische Kirche im Grunde ist: eine sexistische, politische und wirtschaftliche Macht, geleitet von einer handvoll alter Männer, deren Oberzampano als unfehlbar angesehen wird. Vielleicht wären wir vom 16. ins 17. Jahrhundert katapultiert worden. Dem modrigen Geruch des Mittelalters wären wir auch durch sogenannte Reformer kaum entkommen. Das zeigten auch die Diskussionen rund um die Wahl des Neuen: Nicht über Priesterinnen, Homosexualität und Zölibat wurde ernsthaft debattiert, sondern ob Pille und Kondom erlaubt werden sollen. Welch ein Fortschritt! Letztlich wurde nicht der Teufel gewählt, sondern der Beelzebub Joseph Ratzinger, der euphemistisch meinte, die "Einheit der Christen" forcieren zu wollen, was wohl nichts anderes heißt, als die Ausschaltung jeglicher unliebsamer Strömungen. Zu dieser Annahme verleitet zumindest sein bisheriges Demokratieverständnis als Leiter der Glaubenskongregation (die sich bis 1965 noch "Heilige Inquisition" nannte): So verdonnerte er 1985 den Befreiungstheologen Leonardo Boff zu einjährigem Schweigen. Den Willen von 2,3 Millionen Deutschen und ÖsterreicherInnen, die in den 1990ern das Kirchenvolksbegehren unterzeichneten, wies er als "unannehmbares, demokratisches Kirchen-modell" scharf zurück. Er sprach sich 1999 vehement gegen Schwangerschaftsberatung durch deutsche Bischöfe aus, und unter seiner Ägide wurden im selben Jahr die US-Ordensleute Jeannine Gramick und Robert Nugent von allen Ämtern ausgeschlossen, weil sie für eine positive Einstellung gegenüber Homosexualität eintraten. Nicht zu vergessen auch Ratzingers Reaktion auf die Priesterinnenweihe: wie so oft zückte er auch in diesem Fall die gelbe Karte mit der Aufschrift "Exkommunizierung". Maledikt XVI. bringt verschüttetes prä-atheistischen Wissen in mir an die Oberfläche: Ohh Maria (Magdalena?) hilf!


#82   fffff31.05.2005 - 15:29
JOSEPH KARDINAL RATZINGER

Monolog von Thomas Meinecke


(Mobiles Telefon, Freisprechanlage)

Ganz im Gegenteil.

Glaube kommt von Hören, er ist nicht das Produkt eigener Entschlüsse oder Reflexionen. Wir nennen diese Struktur des Empfangens, des Begegnens, Sakrament.

Natürlich. Durch das Gehör empfing Maria, die Prophetin, den lebendigen Gott. Der Engel sprach: Fürchte dich nicht, Maria, denn du hast Gnade gefunden vor dem Allmächtigen und wirst aus seinem Wort empfangen.

Hörend auf den Gruß des Engels, nimmt sie den Heiligen Geist in sich auf. Ganz zum Hören geworden, empfängt sie das Wort so ganz, daß es Fleisch wird in ihr.

Das Wort ist Fleisch geworden und hat sein Zelt aufgeschlagen unter uns. Der Logos wird Fleisch.

Das haben Sie doch von Zizek. Slavoj Zizek spricht von unserem suspendierten, geleugneten, verschobenen Glauben. Nichts sei uns heute peinlicher als die Frage: Glauben Sie an Gott?

Nein, weil wir an Gott glauben und dies nicht eingestehen können. Es scheint das Privateste, Intimste, das denkbar Obszönste zu sein, einem anderen zu eröffnen, man glaube an Gott.

Richtig. Nicht mehr von Kirche, sondern von Kultur ist die Rede. Im Sinn von Kulturen interessieren wir uns für alle möglichen Religionen, adaptieren einzelne ihrer Elemente, pflegen auch als Nichtgläubige diverse Bräuche des Christentums weiter, und zwar aus einem diffusen Traditionsbewußtsein für kulturelle Überlieferungen heraus. Kultur erscheint hier als Begriff für all jene Dinge, die wir tun, ohne wirklich an sie zu glauben.

Dabei ist die Religion der Grundakt der Kreatur: Das Sich-Zurückziehen auf das Absolute, das ich nicht bin, das ich auch nicht kenne und erst recht nicht beherrsche, dem ich mich aber verdanke.

Gibt ja auch viele Leute, die sagen, sie glauben an Gott, aber nicht an die Kirche.

Ich glaube an die Heilige Katholische Kirche.

Christus hat sich einen Leib gebaut, und in ihn muß ich mich einfügen als demütiges Glied. Anders ist er nicht zu finden und zu haben. Die Idee, Jesus sei interessant, die Kirche aber eine mißglückte Angelegenheit, scheidet mit dieser Erkenntnis von selber aus. Christus gibt es nur in seinem Leib, nie bloß ideell. Das heißt: mit den anderen, mit der beständigen, die Zeit durchschreitenden Gemeinschaft, die dieser sein Leib ist. Die Kirche ist nicht Idee, sondern Leib, und das Ärgernis der Fleischwerdung, an dem so viele der Zeitgenossen Jesu zerbrachen, geht weiter in den Ärgerlichkeiten der Kirche, aber auch hier gilt: Selig, wer sich an mir nicht ärgert.

Der Gedanke der Kirche als Leib Christi ist untrennbar mit dem Gedanken der Eucharistie verbunden, in der der Herr leibhaftig da ist und uns seinen Leib zur Speise gibt. Und das eucharistisch-christologische Mysterium der Kirche, das sich in dem Wort vom Leib Christi ansagt, bliebt nur dann in seinem rechten Maß, wenn es das marianische Geheimnis einschließt: die hörende Magd, die, in der Gnade frei geworden, ihr Fiat spricht und darin Braut und so Leib wird.

Maria, die Glaubende. Die unbefleckte Empfängnis logisch durch das Ohr.

Bedenken Sie die Einheit von Mutter und Sohn im Neuen Testament.

Die Gebete vor der Mariensäule im Herzen der bayerischen Hauptstadt.

Nein. Ein Sakrament ist ein körperliches oder materielles, in der sichtbaren Welt vorgestelltes Ding oder Geschehen, das durch seinen Bildcharakter etwas vergegenwärtigt, durch seine Einsetzung auf etwas hinweist und kraft seiner Weihe unsichtbare und geistgeschenkte Gnade enthält. Es ist nicht nur ein Symbol oder Sinnbild für heilige Dinge und Geschehnisse an sich, wie etwa das Kreuzzeichen oder das Symbol des Fisches, sondern es empfängt seinen Zeichen-Charakter gerade durch menschliches Handeln in Tat und Wort.

Der primäre Spender des Sakraments ist Gott der Vater durch Christus im Heiligen Geist. Der sekundäre, im Raum dieser sichtbaren Welt alleinige Spender der Sakramente ist der Mensch als Minister Christi.

Richtig. Auch Todsünder können Sakramente gültig spenden. Spender und der Empfänger des Sakraments müssen allerdings zwei verschiedene Personen sein. Kein Mensch kann sich selbst ein Sakrament spenden. Die Taufe kann jeder Mensch spenden. Das Sakrament der Ehe spenden sich die Brautleute selbst kraft ihres allgemeinen Priestertums, allerdings in der Kirche mit Christus als dem primären Spender. Daß bei der Eucharistie der Priester sich selber die heilige Gabe reichen darf, weist auf das mysterium tremendum hin, dem er sich bei der Eucharistie ausgesetzt findet: in persona Christi zu handeln und so gleichzeitig ihn zu vertreten und ein sündiger Mensch zu sein, der ganz vom Empfangen Seiner Gabe lebt.

Schon der Zusammenhang von Wort und Sakrament macht verständlich, daß das Sakrament nicht aus sich wirkt, sondern nur durch unseren Glauben an das Sakrament wirksam wird.

Sieben. Die Siebenzahl. Die Kirche hält daran fest, daß Christus nicht mehr und nicht weniger als sieben Sakramente, Taufe, Firmung, Eucharistie, Buße, Krankenölung, Priesterweihe und Ehe, eingesetzt hat.

Da der Herr am Kreuz im Tode schlief, wurde seine Seite mit der Lanze durchbohrt, und herausströmten die Sakramente, daraus die Kirche geschaffen wurde.

Betrachten Sie die Kirche als die Christus angetraute Braut, die ihm zugeführt wird, von ihm gereinigt wird, sehnsüchtig nach ihm ruft, als die Gattin des Lammes, die ihm endzeitlich angetraut wird als das Fleisch von seinem Fleische, als jene aus und in ihm bestehende Einheit, die durch die Einheit seines hingegebenen Fleisches und Blutes in Gestalt von Brot und Wein erbaut und zusammengehalten wird.

Wie in Maria Jungfräulichkeit und Mutterschaft unlöslich vereint sind und sich gegenseitig bedingen und beleuchten, so auch in der Kirche.

Dem maskulinen, aktivistisch-soziologischen Ansatz vom Volk Gottes tritt die Tatsache entgegen, daß Kirche, Ecclesia, feminin ist. Das heißt: Es öffnet sich die über das Soziologische hinausweisende Dimension des Mysteriums, in der erst der wirkliche Grund und die einheitgebende Kraft in Erscheinung tritt, worauf Kirche beruht. Kirche ist mehr als Volk, mehr als Struktur und Aktion: In ihr lebt das Geheimnis der Mutterschaft und der bräutlichen Liebe, die die Mutterschaft ermöglicht. Wo Kirche nur noch maskulin, strukturell, institutionentheoretisch gesehen wird, da ist das Eigentliche von Ecclesia ausgefallen.

Die Kirche muß von Maria neu ihr Kirchesein lernen. Nur in einer Zuwendung zum Zeichen der Frau, zur recht verstandenen fraulichen Dimension der Kirche, geschieht die neue Öffnung zur schöpferischen Kraft des Geistes und damit Gestaltwerden Christi, dessen Gegenwart allein der Geschichte Mitte und Hoffnung geben kann.

Die Kirche ist in ihrem vollkommenen Kern weiblich zu nennen, was niemanden verwundern kann, der die Bibel Alten und Neuen Testaments kennt. Schon die Synagoge war Jahwe gegenüber vorab als weiblich, als Braut oder Gattin, beschrieben worden, desgleichen die Kirche des Neuen Bundes in ihrem Verhältnis zu Christus, bis hin zur endzeitlichen Hochzeit zwischen dem Lamm und seiner für die Einigung geschmückten Frau. Diese Weiblichkeit der Kirche ist das Umgreifende, während das von den Aposteln und ihren männlichen Nachfolgern versehene Dienstamt eine bloße Funktion innerhalb dieses Umgreifenden ist. Dieses Verhältnis müßte viel mehr im Auge behalten werden, wenn heute Diskussionen über eine eventuelle Teilhabe der Frau am Dienstamt geführt werden.

Ja. Von daher ist das Amt des Priesters gleichsam weiblich kodiert.

In Maria ist die Kirche schon leibhaft, bevor sie in Petrus organisiert ist. Die Kirche ist zuerst weiblich, ehe sie im kirchlichen Amt die ergänzende männliche Seite erhält. Weiblich ist die Kirche zuerst, weil ihr Erstes und Umfassendes ihr Sich-Verdanken ist, empfangend wie weitergebend. Und nur damit sie diese ihre primäre Weiblichkeit nicht vergißt, nur damit sie immer eine Empfangende, nie eine Besitzende und Selbstverfügende wird, ist ihr das männliche Amt eingestiftet, das den spendenden Herrn der Kirche, aber innerhalb ihres weiblichen Empfangens, zu repräsentieren hat. In einer bestimmten Sicht ist die Kirche primär matriarchalisch, und nur sekundär patriarchalisch strukturiert.

Unsere Gewänder? Eher Kleider? Finden Sie?

Natürlich bedeutete unsere Marienenzyklika, unser Marianisches Jahr, eine Belastung des ökumenischen Klimas.

Wenn Sie so wollen. Im Zölibat läßt der Priester aus, was normalerweise eine Existenz erst erwachsen und zukunftsträchtig macht.

Natürlich ist es eine Tragödie für eine Kirche, wenn viele mehr oder weniger ein Doppelleben führen. Das ist ja leider nicht das erste Mal so. Wir haben im Spätmittelalter eine ähnliche Situation gehabt, die dann auch für die Reformation mitbedingend war. Machen Sie sich aber auch klar, daß Krisenzeiten des Zölibats zugleich Krisenzeiten der Ehe sind.

Wie gesagt: Da Christus selbst immer der eigentliche Spender des Sakraments ist, ist die Unheiligkeit des irdischen Spenders oder Dieners des Sakraments für die Wirkung des Sakraments ohne Bedeutung.

Des Papstes Enzyklika Ecclesia de Eucharistia. Das momentane Jahr der Eucharistie.

Eucharistie als sakramentale Wirklichkeit lebt ganz aus ihrem Zeichencharakter. Die im Glauben erfaßte Realität des eucharistischen Mysteriums mußte nach dem Verlust der unmittelbar auf der Schrift fußenden heilsgeschichtlichen Methode gegenüber der im Mittelalter an ihre Stelle getretenen allegorisch-symbolischen Methode durch eine neue philosophisch-metaphysische Methode, die Transsubstantiationslehre des 12. Jahrhunderts, gesichert werden. Wobei die Lehre von der Transsubstantiation zuweilen sehr stark in philosophische Spekulationen über das Verhältnis von Substanz und Akzidenz ausartete.

Allgemein werden drei Existenzweisen Christi unterschieden: Christus in Palästina und auf Erden, der verklärte Christus sowie Christus in der Eucharistie und im Meßopfer. Die hier entscheidende Lehre lautet: In der Eucharistie ist der lebendige Christus mit Fleisch und Blut, mit Leib und Seele, mit Gottheit und Menschheit gegenwärtig. Der ganze Christus ist in jedem materiellen Teil von Hostie oder Wein ganz zugegen. Wie in Christus nur der Mensch zu sehen ist und doch der Gottmensch und Erlöser vor uns steht, so ist in der Eucharistie nur Brot und Wein zu sehen, und doch sind Christus und sein Erlösungsopfer vor uns Wirklichkeit.

Der Leib Christi im Abendmahlssaal ist wahrhaft mit der Gottheit geeint, jener aus der heiligen Jungfrau stammende Leib, nicht etwa, weil der aufgefahrene Leib aus dem Himmel wieder herabkäme, sondern weil das Brot und der Wein in Gottes Leib und Blut verwandelt werden.

Wie dies geschieht? Durch den Heiligen Geist, wie der Herr auch eine Fleischexistenz aus der heiligen Jungfrau durch den Heiligen Geist für sich und in sich angenommen hat. Mehr wissen wir nicht, als daß der Logos Gottes wahr ist und wirksam und allvermögend, jene Weise aber unerforschlich.

Jacques Lacan wußte: Der Heilige Geist ist der Eintritt des Signifikanten in die Welt.

Luther hielt ja zunächst an der realen Gegenwart des Herrn im Sakrament der Eucharistie fest, Zwingli deutete die Gegenwart Christi nur mehr symbolisch. Die heutigen evangelischen Kirchen in Deutschland lehnen die Transsubstantiationslehre grundsätzlich ab.

Sie meinen mit dem Brot und dem Wein den Leib und das Blut Christi, wir aber glauben: Brot und Wein sind der Leib und das Blut Christi. Dort die Meinung, hier der Glaube.

Protestanten sollten davon ablassen, von ihrem Abendmahlsverständnis her die katholische Kirche zur Interkommunion zu drängen, da nun einmal für uns das doppelte Geheimnis des Leibes Christi, Leib Christi als Kirche und Leib Christi als sakramentale Gabe, ein einziges Sakrament ist, und die Leibhaftigkeit des Sakraments aus der Leibhaftigkeit der Kirche herauszureißen das Zertreten der Kirche und des Sakraments in einem bedeutet.

Wer leugnet, daß im Sakrament der heiligsten Eucharistie wahrhaft, wirklich und wesentlich der Leib und das Blut zugleich mit der Seele und der Gottheit unseres Herrn Jesus Christus und folglich der ganze Christus enthalten sei, dagegen behauptet, er sei in ihm nur wie im Zeichen oder im Bilde oder nur der Wirksamkeit nach, sei ausgeschlossen.

Dieses Brot wird in den Leib Christi verwandelt werden; es wird hinübergehen; sooft die Wandlungsworte vernommen werden, besonders aber wenn gesagt wird, jenes Brot wird transsubstantiiert in den Leib Christi, weil kein Wort so treffend hier verwendet wird als das Wort transsubstantiari, weil Substanz in Substanz übergeht, wobei die Eigentümlichkeiten erhalten bleiben.

Für den modernen, naturwissenschaftlich denkenden Menschen ist der hier vorgeführte metaphysische Substanzbegriff eine okkulte Qualität; der moderne, naturwissenschaftlich denkende Katholik wird sich im Namen seines natürlichen Denkens und seines wissenschaftlichen Weltbilds das durch Transsubstantiation Ausgesagte als objektiven Sinnwandel verständlich zu machen suchen. Mag diese Denkweise das Verlangen unserer Zeit nach rationaler Deutung befriedigen, das Mysterium der Eucharistie kann darin nicht gut seinen vollen Ausdruck finden. Solange kein besserer Terminus gefunden wird, muß wohl der Begriff Transsubstantiation trotz seiner Paradoxie immer wieder neu bedacht werden, weil eben diese Paradoxie das Glaubensgeheimnis für unser Denken am besten festhält.

Echtes Denken ist immer gegenstandsbezogen, und darum hat physikalisch-chemisches, anthropologisches und theologisches Denken seinen je eigenen Gegenstandsraum und seine eigenen Methoden, und eines kann durch das andere nicht ersetzt oder erläutert werden.

Der metaphysische Terminus der Transsubstantiation bringt in einmaliger Weise zum Ausdruck, daß die sakramentale Gegenwärtigkeit Christi und seines Erlösungswerks in der heiligen Eucharistie nicht bloß eine subjektive Glaubenssache, nicht bloß eine objektive Sinnwirklichkeit, sondern eine geschichtliche Wahrheit ist, die zu unserer physischen Raum-Zeitlichkeit realen und unmittelbaren Bezug hat, auch wenn sie nur im Glauben erfaßbar bleibt. Die Gegenwart Christi muß nicht physikalisch, sondern im echten Sinne pneumatisch, im Sinne der Mysteriengegenwart verstanden werden.

Eine Chiffre im doppelten Sinn, wußte Pascal, der eine klar, und in ihm ist gesagt, daß der andere Sinn verborgen sei.

Gegenwärtig, aber verborgen.

Fürwahr, du bist ein verborgener Gott.

Zum Beispiel Andy Warhol. Martin Scorsese. Madonna Ciccone. Katholische Amerikaner.

Pascal schrieb: So sind denn diejenigen, die Jesus Christus, der ihnen ein Ärgernis war, verworfen und gekreuzigt haben, auch diejenigen, die eben jene Bücher bewahren, die von ihm zeugen und sagen, daß er verworfen und ein Ärgernis sein werde; also ist durch sie erwiesen, daß er es war, indem sie ihn ablehnten, und er ist sowohl von den gerechten Juden, die ihn aufgenommen, wie auch von den ungerechten Juden, die ihn verworfen haben, zugleich bezeugt worden, denn das eine ist ja wie das andere vorausgesagt worden. Ebendeshalb haben die Prophezeiungen einen verborgenen Sinn, den geistlichen, den dieses Volk haßte und der unter dem fleischlichen, den es liebte, verhüllt war. Dieser Sinn wird in unzählig vielen Stellen von einem anderen verhüllt und nur selten, in einigen Stellen, enthüllt, dies aber gleichwohl in einer solchen Art, daß die Stellen, wo er verborgen ist, doppelsinnig sind und zu beidem passen, während die Stellen, wo er enthüllt ist, eindeutig sind und nur im geistlichen Sinn aufgefaßt werden können.

Bei Barbara Vinken können Sie dazu lesen: Die Eucharistie veranschaulicht nicht nur die Zeichenfunktion, sondern enthüllt auch unsere grundsätzlich beschränkte Erkenntnisfähigkeit; sie enthüllt die Struktur der Enthüllung als verhüllt. Christus verhüllt sich im Brot, aber er enthüllt sich als versteckt und notwendigerweise verhüllt, als verborgener Gott, dessen Verborgenheit durch seine Menschwerdung enthüllt wird. Durch das Verbergen des Leibes Christi verbirgt das Brot der Hostie, was es als Zeichen enthüllt. Doch die Enthüllung dieses Zeichens kann nicht in der Sache, das heißt, dem Brot, gelesen oder gesehen werden; sie wird allein durch die Einsetzung der Eucharistie, durch den performativen Akt eines Zitats, das jedesmal wieder neu zitiert werden muß, garantiert: Dies ist mein Leib.

Pascals Zeichen ist nicht durchsichtig auf das Bezeichnete; es ist ein Hindernis, das bezeichnet, daß das Bezeichnete nicht gekannt werden kann. In der Eucharistie wird die Figur der Figur, die Struktur des Geheimnisses der Enthüllung, zur ewigen Anbetung ausgestellt.

Auch für den glaubenden, ganz auf Gott hin geöffneten Menschen sind Gottes Worte nicht vom ersten Augenblick an verständlich und einsichtig. Wer von der christlichen Botschaft die Sofort-Verständlichkeit des Banalen verlangt, versperrt Gott den Weg. Wo es nicht die Demut des angenommenen Geheimnisses gibt, die Geduld, die das Unverstandene in sich hineinnimmt, es trägt und sich langsam öffnen läßt, da ist der Same des Wortes auf Stein gefallen; er hat kein Erdreich gefunden.

Denken Sie an den produktiven Umgang mit Widersprüchen als eine Errungenschaft des Christentums. Insbesondere des Katholizismus. Denken Sie an die jüdisch-messianische Wurzel des Marxismus, an seine biblischen Motive. Slavoj Zizek bekannte, daß er zu dem, was er den subversiven Kern des Christentums nennt, gerade mittels eines materialistischen Zugangs finde. Er sagt: Um ein wahrer dialektischer Materialist zu werden, müsse man die christliche Erfahrung durchlaufen.

Theologie ist zunächst einmal eine intellektuelle Beschäftigung, vor allem, wenn sie wissenschaftlich streng und ernst betrieben wird.

Mitarbeiter der Wahrheit: mein bischöflicher Wahlspruch. Der doppelte Mohr in meinem Wappen: Ausdruck der Universalität der Kirche. Der Bär mit dem Packsattel: Lastträger Gottes. Die Jakobsmuschel: Unerschöpflichkeit des Geheimnisses Gottes.

Als die Erde erbebte und die Sonne am Himmel erlosch, geschah es, schrieb Chesterton, nicht wegen der Kreuzigung, sondern wegen des Schreis, der vom Kreuz kam und der bekannte, daß Gott von Gott verlassen war. Und nun mögen sich die Anhänger der Revolution unter den Religionen einen Glauben und unter den Göttern der Welt einen Gott aussuchen, sie mögen alle Götter, deren Wiederkehr unausweichlich und deren Macht unwandelbar ist, sorgsam vergleichen. Sie werden, schließt Chesterton, keinen zweiten Gott finden, der selbst ein Rebell war. Mehr noch, und hier wird es zu schwer für die menschliche Sprache, auch die Atheisten mögen sich einen Gott aussuchen. Sie werden nur einen einzigen finden, der ihre Einsamkeit in Worte gefaßt hat, nur eine einzige Religion, in der Gott eine Sekunde lang Atheist zu sein schien.

Chesterton.

Hitchcock? Ebenfalls ein katholischer Engländer.

Und Zizek geht noch weiter, indem er fragt: Ist Judas daher nicht der eigentliche Held des Neuen Testaments, derjenige, der bereit war, seine Seele zu verlieren und der ewigen Verdammnis anheimzufallen, damit der göttliche Plan in Erfüllung ging? In allen anderen Religionen verlangt Gott von seinen Anhängern, ihm treu zu blieben, nur Christus forderte seine Jünger auf, ihn zu verraten, damit er seine Mission erfüllen kann. Nur durch Judas’ Verrat und den Tod Christi konnte sich die universelle Kirche etablieren. Zizek meint sogar, jeder echte Führer, ob auf dem Gebiet der Religion, der Politik oder der Theorie, müsse unter seinen engsten Anhängern einen solchen Verrat provozieren.

Was geschehen wäre, wenn Jesus einen Staat begründet hätte? Entweder müßte dieser Staat seine Grenzen akzeptieren, dann käme er nur wenigen zugute. Oder aber er würde versuchen, sich auszudehnen, dann wäre er gezwungen, zur Gewalt zu greifen und würde schnell allen anderen Staaten ähneln. Umgekehrt könnten seine Grenzen von neidischen Nachbarn bedroht werden, dann wäre er wiederum auf den Weg der Gewalt verwiesen. Nein, ein Erlöser mußte etwas ganz anderes tun. Er mußte eine Gesellschaft gründen, die überall leben kann. Er mußte eine Weise des Zusammenlebens, einen Raum der Wahrheit und der Freiheit schaffen, der an keine bestimmte staatliche Ordnung gebunden, sondern überall möglich ist. Mit einem Wort: Er mußte eine Kirche gründen, und genau das hat er getan.

Der biblische Glaube ist einer: von Abraham bis Jesus und Paulus. Wußten Sie, daß die Nazis in der Reichskristallnacht auch das Münchner Erzbischöfliche Palais stürmten? Es gibt nicht zwei Glaubensweisen. Abraham ist der Archetyp, den sich Israel über seine Geschichte setzte: Auszug aus dem Eigenen, in blindem Trauen dem Gott nach, der Ungeheures verheißt, aber nichts davon zeigt.

Der Sinai, transformiert durch die Gestalt Jesu Christi, wird allen Völkern zugeeignet, die nun in die Befreiungsgeschichte Israels eintreten und Erben dieser Geschichte werden. Wenn Sinai, Thora, Bund und Exodus ihrem Kern nach dasselbe sind, so können wir auch sagen: Der bisher auf Israel beschränkte und hier allerdings immer unfertig gebliebene Exodus wird nun Bestandteil aller Geschichte, die damit als ganze die Schwelle einer grundlegenden Befreiung überschreitet und Freiheitsgeschichte wird.

Ich komme gern noch einmal darauf zurück. Das Ägypter-Evangelium schreibt Jesus das Wort zu: Ich bin gekommen, die Werke des Weiblichen aufzulösen. Und im Thomas-Evangelium finden wir das Wort: Wenn ihr die zwei zu eins macht und das Obere wie das Untere und wenn ihr das Männliche und das Weibliche zu einem Einzigen macht, damit das Männliche nicht männlich und das Weibliche nicht weiblich ist, dann werdet ihr ins Reich eingehen.

Romano Guardini. Er schrieb, die Gestalt, in welche sich die erlöste Welt endgültig verfasse, sei die der Braut.

Nur wenn wir in unserem Leben jetzt schon dem Reich zugehören, werden wir ihm auch dann zugehören. Nicht der Glaube an das Leben nach dem Tod entrückt das Reich in die Zukunft, sondern die Utopie tut es, denn ihre Zukunft hat keine Gegenwart und ihre Stunde kommt nie.




#81   dddddd28.05.2005 - 16:01

“Die Herausforderung des Dialogs mit Nichtgläubigen"
von Peter Fleetwood

Viele Leute fragen, wie die Arbeit des Heiligen Stuhls mit Nichtgläubigen aussieht, und die Antwort darauf befriedigt sehr wenige von ihnen, auch wenn sie zu höflich sind, es zu sagen. Ich hatte direkt manchmal Lust, den Spieß umzudrehen und einmal Priester, bei denen es eher auf der Hand liegt, dass sie einen pastoralen Auftrag haben, zu fragen, was für Kontakte sie mit Nichtgläubigen haben. Dieser Artikel ist dazu gedacht, Gemeindepriestern zu helfen, unsere Arbeit zu verstehen und zu schauen, ob sie auf irgendeine Weise für ihre Arbeit nutzbar gemacht werden könnte. Wenn Sie einer von diesen Priestern sind, möchte ich Ihnen einige Informationen über die Arbeit geben, die wir hier tun, und einige Hinweise, die, wie ich hoffe, für Ihre Arbeit hilfreich und, vielleicht auch herausfordernd sind. Wenn Sie kein Priester sind, so hoffe ich, dass die Informationen Ihnen dennoch von Nutzen sind, indem sie Ihnen zeigen, was der Päpstliche Rat für Kultur tut.

Als Papst Paul VI diesen Rat einsetzte, war unsere “Zielgruppe" sehr leicht zu identifizieren. Jetzt ist das Bild komplex. Ein Schlüsselereignis für die wachsende Sensibilität der Kirche in Europa (für dieses Thema) war die außerordentliche Synode der Bischöfe für Europa 1991, an der ich teilnehmen durfte. Es alarmierte mich zu sehen, wie tief die Unterschiede zwischen katholischen Einstellungen auf beiden Seiten des so genannten Eisernen Vorhanges waren.

Gespräche mit einem lettischen Erzbischof (in Latein, der einzigen Sprache, die wir gemeinsam hatten), ließen erkennen, dass mein Unwissen über das Leben in diesem Land von den eigenartigen Vorstellungen, die er über das meine hatte, durchaus aufgewogen wurde. Solche Vorurteile machen die Zusammenarbeit unter den verschiedenen Kulturen schwer, wenn nicht unmöglich.

Die reine Tatsache, dass wir den Feind nicht sehen, bedeutet nicht, dass es keinen Feind gibt

Aber ein tieferes Problem ergab sich für mich aus der Tatsache, dass so viele Menschen aus dem ehemaligen Sowjetreich überzeugt waren, dass der Totalitarismus vollkommen verschwunden sei. Mich befiel eine merkwürdige Vorahnung, dass die Macht des Druckes durch den Hedonismus und Konsumismus westlichen Stils noch an den Tag werde kommen müssen. Ich fühlte das dringende Bedürfnis, aber hatte nicht das Recht dazu, darauf hinzuweisen, dass die reine Tatsache, dass wir unseren Feind nicht sehen können, nicht bedeutet, dass es keinen Feind gibt.

Es ist so oft gesagt worden, dass die Christen im Westen in einer müden, alternden Kirche lebten, einfach weil sie lau seien und weil sie keiner Verfolgung die Stirn hätten bieten müssen.

Schleichende Einflüsse im Innern unserer Kultur

Aber hier liegt das ganze Paradox, das, wie ich meine, das Herzstück der Vision des gegenwärtigen Papstes für diesen Rat ist: Schleichende Einflüsse im Inneren unserer Kultur sind so sehr Teil unserer Kultur, dass es schwer ist, sie zu sehen. Sie haben solch eine potentiell zerstörerische Wirkung auf den Glauben, angesichts deren es von Seiten der Kirche ein Pflichtversäumnis wäre, wenn sie keine Anstrengung machte, die Institutionen, die unsere Kultur formen, zu verstehen und für sich zu gewinnen, um der Sauerteig zu sein, der einen Unterschied macht.

Es ist leicht, das Versagen unserer Brüder und Schwestern und sogar unser eigenes innerhalb der Kirche zu erspähen, aber es ist naiv, die Einflüsse von außerhalb der Kirche zu vergessen, die an unserem Selbstvertrauen und an unserer Überzeugung und unserem Stolz nagen, indem sie die Katholiken oft davon überzeugen, dass sie sich dafür entschuldigen müssten, da zu sein. Ich bin überzeugt, dass wir zu einem anderen Stil der Verteidigung gerufen sind!

Wie fängt es der Päpstliche Rat für Kultur an, die Kultur zu verstehen und für sich zu gewinnen? Er befasst sich, um dies zuerst zu betonen, nicht allein mit der westlichen Kultur. Sein Auftrag ist, die Kulturen in der ganzen Welt in Betracht zu ziehen. Das hat dazu geführt, jeweils die verschiedenen Kontinente ins Visier zu nehmen. Dies erlaubt und begünstigt eine differenzierte Annäherung an die stark variierenden Milieus.

Es regt auch die Kirche vor Ort an, sich einzubringen, und wir hoffen, dass dieser wechselseitige Austausch von Informationen und Ideen sich weiter entwickeln wird.

Welche Ziele hat der Dialog?

Das erste Ziel beim Dialog ist zu verstehen. Dies erfordert, dass man zuhört, um den Dialogpartner so gut wie möglich zu kennen. Folglich wendet der Rat sehr viel Energie auf für das Sammeln und Bearbeiten von Informationen über meinungsbildende Institutionen: Parlamente, Universitäten, Kulturpolitik, die Künste (besonders die äußerst einflussreiche Welt des Films, aber auch Literatur und die bildenden Künste), pädagogische Trends und so weiter.

Viele Regierungen erleichtern uns diese Arbeit, indem sie uns Informationen über ihre Politik schicken, aber in anderen Fällen kommen umfangreiche Dokumentationen von vielfältigen Quellen. Darum gibt es sehr viel Lesestoff, allein, um informiert zu sein.

Viele der Berichte, welche die Bischöfe über ihre Diözesen vorlegen, sind äußerst nützlich, obwohl die Frage der Kultur in einigen Regionen keine hohe Priorität hat, oft aus sehr guten Gründen. Besuche von Gruppen von Bischöfen oder Vertretern katholischer Organisationen und Institutionen führen in der Regel zu einem hilfreichen Austausch.

Wir bekommen auch Veröffentlichungen von genau den Leuten, mit denen wir gerne ins Gespräch kommen würden, besonders weltliche, humanistische Organisationen, die ihren Sitz hauptsächlich in den Vereinigten Staaten von Amerika, Großbritannien, Indien und Skandinavien haben. Sie enthalten oft gehässige Anprangerungen der Exzesse und des Versagens des Christentums und anderer Religionen, (wobei aber gesagt werden muss, dass die meiste Kritik antichristlich und besonders antikatholisch ist).

Die Veröffentlichungen, von denen hier die Rede ist, werden alle mit unserer eigenen Vierteljahreszeitschrift ‚Kulturen und Glaube‘ ausgetauscht, die jetzt mit verschiedenen Texten in vier Sprachen veröffentlicht wird. Der “Nachrichten"-Abschnitt der Zeitschrift berichtet häufig über atheistische und humanistische Literatur, sodass diese Gruppen nur allzu gut merken, dass wir ihre Veröffentlichungen lesen. Und gelegentlich erwähnen sie unsere.

Unsere Kommentare tendieren dazu, nüchtern und sachlich zu sein, während wir ab und zu in den Genuss ziemlich unfreundlicher Berichte von unseren Dialogpartnern kommen. Es tröstet mich, dass, auch wenn ein solcher Austausch nicht positiv im Ton sein mag, doch noch eine Art von Dialog stattfindet. Vor kürzerer Zeit haben wir, auf einen sehr positiven Brief hin, Besuche von Leitern einiger dieser Gruppen gehabt.

Der Kardinal und die meisten der offiziellen Mitglieder des Rates sind periodisch verreist, um an Konferenzen, Seminaren und anderen Versammlungen überall in der Welt teilzunehmen. Der Rat fördert Seminare ... mit dem ausdrücklichen Ziel, das Engagement der Kirchen vor Ort für die Kultur als ein berechtigtes pastorales Thema zu stärken. Eine äußerst wichtige Frage, mit der wir uns in Afrika befassen und die in anderer Form im nördlichen Europa 2002 zur Sprache kommen wird, ist die dringende Notwendigkeit, völlig Teil unserer Kultur aber auch völlig christlich zu sein.

Andere Konferenzen finden in Rom, oft an einer der kirchlichen Universitäten oder Akademien, statt. Die Themen wechseln von Philosophie und Theologie zu Musik und Film. In den letzten drei Jahren fanden die Seminare, die sich mit dem Film befassten, großen Anklang und haben den Rat in Kontakt zu einigen berühmten Produzenten und Darstellern gebracht, deren Begeisterung für geistliche Themen und deren Freude, als sie feststellten, dass der Vatikan an diesem Medium interessiert ist, eine angenehme Überraschung war.

In einem Gespräch anlässlich des Jubeljahrs der Frauen im März 2000, sprach Pater David O\Connell, der Direktor der katholischen Universität von Amerika in Washington, D.C., über den Film als ein wirksames Barometer für aktuelle kulturelle Strömungen.

Für ihn spiegeln Literatur, Film und Medien “oft die vorherrschenden Meinungen innerhalb unserer Kultur und Gesellschaft wider. Sie zeichnen ein Bild davon, was die Leute glauben oder glauben wollen; was sie hoch schätzen oder hoch schätzen wollen." Sie sind, sagt er, “erschreckend genau"; für junge Leute sind sie “meinungsprägend” und spielen eine große Rolle bei der Entwicklung ihrer kulturellen Einstellungen.

Seine Einschätzung entspricht genau dem, was der Rat auf jeder Ebene vieler Gesellschaften in Bezug auf die kulturelle Bedeutung des Films festgestellt hat. Die Beurteilung des Heiligen Vaters, dass die Kultur ein gemeinsames Spielfeld für alle Männer und Frauen ist, ungeachtet ihrer Überzeugungen und ihrer Herkunft, erweist sich mir wieder einmal als ganz und gar zutreffend.

Weltweites Netz katholischer kultureller Zentren

Der Rat ist dabei, ein weltweites Netz katholischer kultureller Zentren auszubauen. Das Konzept mag schwer genau zu bestimmen sein, vor allem in angelsächsischen oder gar keltischen Kategorien, aber es ist sehr flexibel. Einige Zentren haben Gebäude mit hoch entwickelten personellen und materiellen Hilfsmitteln, aber am entgegengesetzten Ende haben wir einige, die aus einer kleinen Gruppe oder sogar nur aus einer einzelnen Person bestehen, die kulturelle Veranstaltungen organisiert im Bemühen, ein Wechselgespräch zwischen Glauben und Kultur zu ermöglichen. Dies gewährt einen enormen Spielraum für die Entwicklung von Veranstaltungen und Programmen.

Der Rat hat ein Handbuch über die Zentren herausgegeben, dessen größter Nutzen darin besteht, dass es den an dieser Arbeit Beteiligten Mut macht, da sie jetzt sehen, dass sie durchaus nicht allein stehen. Das Handbuch muss aktualisiert werden und wird, wenn es überarbeitet ist, vollständigere Informationen bringen. Es haben Treffen der Leiter der Zentren in Chantilly, München, Barcelona, Bologna, Fatqa (im Libanon) und Rumänien stattgefunden. Ein weiteres Treffen ist für das Jahr 2003 in Barcelona geplant. ... Auf der Ebene der Pfarrgemeinden

So viel über die Arbeit, die hier bei uns getan wird. Aber wie steht es mit den Priestern (und überhaupt mit allen Katholiken), die weit weg von Rom inmitten katholischen Lebens arbeiten? Können sie in einen Dialog mit Nichtgläubigen treten? Ist dies denn wirklich ein pastorales Betätigungsfeld? Kann es funktionieren?

Meine Antwort auf alle diese Fragen ist ein klares Ja. Es wäre in der Tat fahrlässig, diesem Bereich keine Aufmerksamkeit zu schenken. Wenn die Jugendkultur (oder die Distanz der Jugend zur Institution) uns Sorgen macht, ist es dann besser einfach zu kritisieren, oder sollten nicht eher wir die Initiative ergreifen?

Ich will meine Antwort darauf mit einem weiteren Zitat von Pater O\Connell beginnen: “Die Freiheit des Denkens oder vielmehr die Freiheit vom Denken und die Freiheit sich auszudrücken werden als die zentralen, unaufgebbaren Werte präsentiert, welche die Kultur, in der wir leben, formen und stützen, eine Kultur ohne Gewissen, die keinerlei Grenze kennt und als legitim akzeptiert. Eine Kultur ohne Gewissen ist überhaupt keine Kultur. Das Gewissen ist es, das den Menschen vom Tier unterscheidet.”

Es wird mir ganz deutlich, dass wir gerade auf diesem Gebiet ganz viel für die jungen Leute tun müssen. Nun war es so, dass Pater O\Connell diese Bemerkungen im Zusammenhang mit einem erfolgreichen Film machte, der ebenso beunruhigend war, wie es für viele andere Filme gilt. Was wäre also falsch daran, mit Gruppen von jungen Leuten Filme anzusehen und danach über diese zu diskutieren? Dasselbe könnte mit Kunstausstellungen oder Vergnügungsparks geschehen. Es gibt unendlich viele Möglichkeiten, junge Menschen dazu zu gewinnen, sich mit den Erfahrungen und Erlebnissen auseinander zu setzen, die ihnen als hochwichtig “verkauft" werden.

Gibt es irgend eine Aktivität in einer Pfarrei, einem Dekanat oder einer Diözese, die als ein organisierter Dialog zwischen Glauben und Kultur eingestuft werden könnte? Es könnte von Wert sein, wenn solche Veranstaltungen als die Arbeit eines katholischen kulturellen Zentrums angesehen werden, auch wenn dieser Name nicht erscheint. Es kommt gewissermaßen gar nicht darauf an, wie diese Initiativen genannt werden, die Hauptsache ist, dass der Nichtgläubige sich genauso willkommen fühlt wie der Gläubige.

Wo können wir Nichtgläubige treffen?

Wo können wir Nichtgläubige treffen? Im westlichen Kulturkreis braucht man auf jeden Fall in der Regel nicht sehr weit zu gehen. Selbst unter den regelmäßigen Sonntagsgottesdienstbesuchern werden wir einige finden, die verwirrt sind und die sich sehr darüber wundern, was die Kirche von ihnen zu glauben verlangt.

Aber, was noch wichtiger ist, es wird auch Leute geben, die an eine veränderte Version der christlichen Doktrin glauben, die von Prinzipien aus einem fremden System durchdrungen ist. Besonders sind es jene, die, oft ohne es zu merken, dem New Age-Denken ausgesetzt worden sind. In diesen Fällen, könnten sorgfältig und geschickt formulierte, informative Artikel in Pfarrblättchen oder Einladungen zu Diskussionen über den Glauben den Menschen helfen, die bereits in der Kirche sind aber de facto nicht glauben, was die Kirche lehrt.

Der in uns selbst verborgene Nichtgläubige

Es gibt alle Arten von Möglichkeiten für Aktivitäten und Wege des Gedankenaustauschs, und es wäre traurig und sogar eine Sünde, sie zu ignorieren. Aber ich habe am Schluss noch eine Herausforderung an uns selbst: Wir sollten in einen Dialog eintreten mit dem Nichtgläubigen, der sich in jedem von uns versteckt hält, wie Kardinal Martini von Mailand oft anregt.

Keiner von uns ist immun gegen die Kultur, die unser Nährboden ist, und auf viele Arten schließen wir Kompromisse zwischen den Forderungen des Evangeliums und den verführerischen Werten unserer Kulturen. Teil unserer angeborenen Schwäche ist ein Unvermögen, uns selbst objektiv zu sehen. Das ist zwar ganz normal, und daran ist nichts Schlechtes, aber wir müssen uns immer unserer Beschränkungen bewusst sein, um nicht der Versuchung zu erliegen, Splitter im Auge unseres Mitmenschen zu finden, während wir die ganze Zeit einen riesigen Balken in unserem eigenen haben.

Eine gewisse kritische Distanz von den Werten, die uns teuer sind und von denen wir im Innersten unseres Herzens wissen, dass sie nicht im Einklang mit dem Evangelium stehen, wird uns offen machen dafür, mitfühlender mit denen zu sein, die ihren Nichtglauben offen erklären.

ZGP01071402

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